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La sete di Dio che riavvicina alla fede Nella riflessione settimanale per la rubrica Diànoia, Monsignor Giuseppe Baturi si sofferma sul crescente numero di adulti e giovani che si avvicinano alla Chiesa, a partire dall’esperienza francese. Un fenomeno che invita le comunità cristiane a riconoscere il desiderio di Dio presente nel cuore delle persone

 

Da diverso tempo negli ambienti ecclesiali si discute di un fenomeno che viene attribuito soprattutto alla Francia, ma che in realtà riguarda molte zone dell’Europa centrale e settentrionale e anche dell’America: una sorta di boom dei battesimi degli adulti e dei cosiddetti «ricomincianti», cioè di coloro che riprendono a frequentare la Chiesa. Nella Veglia pasquale del 2026, secondo le statistiche ufficiali, in Francia i battesimi di adulti e adolescenti sono stati 21.386, in crescita rispetto all’anno precedente, quando erano stati 17.788.

Accanto a questo dato bisogna considerare anche i «ricomincianti», persone che, pur essendo già battezzate, dopo essersi allontanate dalla Chiesa hanno ripreso a frequentarla. Un altro elemento significativo è che una parte importante di questi nuovi credenti, battezzati o ricomincianti, è costituita da giovani tra i 18 e i 30 anni. È una generazione che spesso descriviamo come lontana dalla Chiesa, ma che evidentemente porta dentro di sé un’attesa, un’ansia, un desiderio che siamo chiamati a osservare e dal quale dobbiamo lasciarci interrogare.

Un vescovo francese, intervenuto nel maggio scorso alla Conferenza Episcopale Italiana, ha indicato alcuni elementi utili per comprendere questo fenomeno. L’aspetto forse più interessante è che raramente queste decine di migliaia di giovani sono state raggiunte direttamente da iniziative ecclesiali. Molti arrivano alla Chiesa attraverso la testimonianza di altre persone. La fede, o il desiderio della fede, si accende grazie alla testimonianza personale di cristiani che vivono nel proprio ambiente con serietà, con verità, con una fede capace di trasfigurare l’esistenza.

Il vescovo individuava poi quattro motivazioni che possono aiutare a comprendere questi percorsi. La prima è la convinzione interiore che Dio esiste. C’è una voce della coscienza che suggerisce l’esistenza di Dio, di un mistero che dà la vita, che veglia su di noi e che è presente, anche se misteriosamente, nella nostra esistenza. È l’intuizione di un mistero che costituisce l’origine, il fondamento e il destino della nostra vita. Per queste persone, avvicinarsi alla Chiesa significa cercare di dare un nome a questa voce della coscienza, a questa intuizione profonda e religiosa del cuore. Sono persone spinte da un sentimento religioso che chiede di essere riconosciuto e compreso.

La seconda ragione è l’esperienza di un momento di prova. Può trattarsi della malattia, delle dipendenze, della mancanza di lavoro, di una rottura coniugale o della difficoltà di trovare un posto nella società. In queste circostanze alcune persone incontrano una mano tesa, uno sguardo compassionevole, un aiuto concreto. Si imbattono in gesti di carità, in persone misericordiose, e desiderano seguire quella mano che è stata loro offerta, quella carezza ricevuta nel momento della sofferenza. È l’esperienza della tenerezza di Dio che raggiunge l’uomo attraverso la misericordia di altri uomini. Questo ci interroga profondamente, perché la testimonianza più credibile è proprio quella di una misericordia che accompagna la persona in ogni circostanza della vita.

La terza ragione sembra, paradossalmente, opposta alla precedente: tutto va bene, eppure manca qualcosa. Ci sono persone che hanno raggiunto il successo, che dispongono di risorse economiche, che vivono una soddisfazione affettiva, hanno una famiglia amorevole, godono di comodità e benessere. Eppure, avvertono la mancanza di un senso. Cominciano allora a interrogarsi: dove stiamo andando? Che cosa stiamo cercando? Dov’è l’essenziale? Che cosa faremo della nostra vita? E, infine, che cos’è la morte? Che cosa ci sarà dopo? Non è dunque soltanto nel momento della prova, ma anche nel cuore del successo e del benessere, che l’uomo si interroga sul significato della propria esistenza. Queste persone si avvicinano alla Chiesa perché sono alla ricerca di una parola di verità, di un orizzonte di senso. È un fenomeno che deve colpirci profondamente. Dobbiamo sempre ricordare che Dio semina nel cuore dell’uomo un desiderio di infinito, una nostalgia di sé che spinge a cercare. Noi siamo chiamati a essere vicini a questa ricerca, pronti a offrire la nostra testimonianza dell’incontro con Cristo.

La quarta ragione riguarda l’esperienza della paternità e della maternità. È la gioia di essere padre e madre, di vedere crescere un bambino, di accompagnarlo nei suoi passi, magari nella preparazione alla Prima Comunione o alla Cresima, oppure nel percorso educativo di una scuola cattolica. I genitori sono spinti a cercare il bene per i propri figli e rimangono colpiti dalla cura che viene riservata loro. È dunque l’amore per le persone care che può spingere a cercare una certezza, una promessa più grande di ogni possibilità negativa. Che cosa ci dice tutto questo? Ci dice anzitutto che Dio lavora nel cuore dell’uomo, suscitando il desiderio di cercare, di attendere, di guardare oltre ciò che è immediatamente visibile. Ma ci dice anche che la responsabilità delle nostre comunità cristiane è quella di stare vicine all’uomo e di saper parlare al suo cuore.

Dobbiamo essere presenti nel momento della gioia e in quello del dolore, nel momento della grande promessa e in quello dell’educazione, così come nel tempo della malattia. È come se gli uomini ci aspettassero proprio là dove la vita pulsa, nei luoghi e nelle circostanze in cui emergono le domande più profonde dell’esistenza. Dio semina, e talvolta il frutto di questa semina è una sete. Gli uomini si recano ai pozzi, come quello frequentato dalla Samaritana, con l’anfora vuota, per attingere un’acqua buona, capace di dissetare il cuore. Ecco, l’importante è che, come Gesù quel giorno si fece trovare al pozzo, così anche noi, uomini della Chiesa e cristiani, sappiamo essere vicini a quei pozzi ai quali gli uomini si recano per cercare l’acqua della verità. Perché lì possa avvenire un incontro, un incontro capace di aprire un orizzonte di senso.

«Dianoia» può essere seguito ogni sabato su Radio Kalaritana alle 7.30, 15.30 e 18, letto sul sito Kalaritana Media e ogni domenica sull’inserto settimanale «Kalaritana Avvenire», disponibile nelle parrocchie e in tutte le edicole della Sardegna.

di Giuseppe Baturi 
+Arcivescovo


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