Il commento

La voce del Papa contro le guerre L'editoriale del professor Luca Lecis apparso sull'ultimo numero di Kalaritana Avvenire

Papa Leone XIV durante una delle ultime udienze

Nel secondo dopoguerra del secolo breve, sospeso tra la violenta contrapposizione politico-ideologica e la minaccia nucleare, parole come pace, armonia e fratellanza non erano percepite come rassicuranti, ma drammatiche; pronunciarle significava opporsi alla logica imperante determinatasi con la cortina di ferro e negare concetti quali deterrenza ed equilibrio fondato sull’uso della forza. Eppure, in piena Guerra fredda Giovanni XXIII inaugura il Concilio Vaticano II, destinato a cambiare per sempre il rapporto della Chiesa col mondo contemporaneo e a testimoniare che anche in tempi nei quali forza, interesse, paura, sopraffazione e disincanto regnavano indisturbati, sopravvivevano spazi d’azione per la speranza cristiana. Oggi, il cristianesimo è ancora una forza reale capace di reggere l’onda d’urto della contemporaneità senza rimanerne schiacciato? È utile rifarsi alle parole pronunciate da Paolo VI nell’ottobre del 1965, quando, in un’intervista concessa al Corriere alla vigilia dello storico viaggio a New York per parlare davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite, ribadì la necessità per la Chiesa di «affondare l’aratro nei terreni inerti, anche nei più duri», consapevole che potesse provocare «scosse, sforzi, problemi». Sono passati poco più di sessant’anni dal primo viaggio di un papa sull’altra sponda dell’Atlantico e oggi sulla cattedra di Pietro siede un pontefice statunitense che parimenti si interroga sul valore della pace in tempi nei quali parole come ascolto, comprensione e dialogo sembrano privi di significato. In continuità con l’azione paolina magistralmente sintetizzata nella Populorum progressio, Leone XIV persevera nella ricerca della pace. Il 9 gennaio scorso, rivolgendosi al corpo diplomatico, il pontefice ha denunciato come la guerra sia tornata a esser considerata uno strumento praticabile, permettendo così la diffusione di un crescente clima di militarizzazione e l’eclissi della diplomazia fondata sul confronto e ricerca di un accordo condiviso. «Non si ricerca più la pace in quanto dono e bene desiderabile in sé “nel perseguimento di un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini”, ma mediante le armi, quale condizione per affermazione di un proprio dominio», compromettendo gravemente lo stato di diritto, alla base di ogni pacifica convivenza». Nonostante il drammatico presente, «la pace rimane un bene arduo ma possibile» che «esige umiltà e coraggio. L’umiltà della verità e il coraggio del perdono».

Luca Lecis, docente di Storia contemporanea dell’Università di Cagliari – articolo apparso su Kalaritana Avvenire del 29 marzo


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