
Nel settembre dello scorso anno mi recavo in Terra Santa, ospite del Patriarca latino di Gerusalemme, il cardinale Pierbattista Pizzaballa, per verificare la possibilità di rafforzare i rapporti di aiuto tra la Chiesa italiana e le comunità cristiane che vivono e soffrono nella terra di Gesù. A distanza di un anno siamo tornati in quei luoghi, questa volta con una significativa delegazione della diocesi di Cagliari, per rispondere a un appello che continua a interpellarci: non dimenticare la Terra Santa, non dimenticare le tracce storiche della presenza di Gesù e non dimenticare le comunità cristiane che ancora oggi vi abitano.
Il pellegrinaggio ha anzitutto un significato profondamente spirituale. Abbiamo bisogno di riscoprire la concretezza, direi la «carnalità», della presenza di Dio in Gesù Cristo. Le testimonianze storiche e archeologiche di quei luoghi ci aiutano a riconoscere che la presenza di Dio si è manifestata nella storia, attraverso la vita di Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo. Accanto alle testimonianze del passato, però, ci sono le «pietre vive», le comunità cristiane che continuano ad abitare la Galilea, la Giudea, Betlemme e gli altri luoghi della Terra Santa. Comunità che vivono e soffrono una situazione che, ormai da decenni, vede progressivamente ridursi la presenza cristiana. Non possiamo dimenticare queste comunità né lasciarle sole. Liberarle da una condizione di isolamento significa anche riscoprire la grandezza della nostra cattolicità, riconoscere quella comunione che ci unisce come Chiesa al di là delle distanze geografiche e delle differenti condizioni di vita. È questo uno dei significati più importanti del nostro pellegrinaggio: incontrare le comunità cristiane, i loro pastori, condividere la loro esperienza e testimoniare una vicinanza che non può limitarsi alle parole. Attraverso i luoghi che custodiscono la memoria del passaggio di Dio nella storia, siamo chiamati a riscoprire, personalmente e come comunità diocesana, la centralità della presenza di Cristo. Ma siamo chiamati anche a riconoscere la fraternità che ci lega ai cristiani di quella terra e la responsabilità storica che ne deriva. Perché la presenza cristiana nei luoghi di Gesù dipende anche da noi, dalla nostra capacità di accompagnare e sostenere quanti continuano a vivere e a testimoniare la fede in condizioni difficili.
Questa esperienza non riguarda soltanto coloro che hanno preso parte al viaggio, ma tutta la nostra Chiesa di Cagliari. È un pellegrinaggio che abbiamo voluto vivere in comunione con l’intera diocesi, portando nella preghiera le persone e le situazioni che ci sono affidate. Abbiamo presenti i malati e i sofferenti, quanti sono alla ricerca di una strada o l’hanno smarrita, coloro che guardano al proprio futuro con gioia e desiderano renderlo ancora più fecondo. Un pensiero particolare è rivolto anche al Papa. Tutto affidiamo al Signore con un’unica grande domanda: che la gloria di Dio risplenda, che Egli torni a parlare al cuore degli uomini e a tracciare le strade della loro felicità.
Arcivescovo di Cagliari, Mons. Giuseppe Baturi (Articolo pubblicato su Kalaritana Avvenire il 25 ottobre)
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