Non vi lascio orfani. La presenza dello Spirito nella vita dei discepoli Commento al vangelo della V domenica di Pasqua a cura di don Giulio Madeddu

10 maggio 2026 – VI domenica di Pasqua (anno A)

Dal Vangelo secondo Giovanni (Gv 14,15-21)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti; e io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre, lo Spirito della verità, che il mondo non può ricevere perché non lo vede e non lo conosce. Voi lo conoscete perché egli rimane presso di voi e sarà in voi.

Non vi lascerò orfani: verrò da voi. Ancora un poco e il mondo non mi vedrà più; voi invece mi vedrete, perché io vivo e voi vivrete. In quel giorno voi saprete che io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi.

Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi è colui che mi ama. Chi ama me sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui».


Ancora una volta la liturgia pasquale ci conduce dentro il grande discorso dell’ultima cena (Gv 13–17), quel lungo dialogo con cui Gesù prepara i discepoli alla sua Pasqua: passione, morte, risurrezione e ritorno al Padre. Siamo dentro un clima di separazione imminente. Gesù sta parlando a uomini turbati, che hanno appena ascoltato parole difficili: il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, l’annuncio della sua partenza. È il testo immediatamente successivo a quello ascoltato domenica scorsa: «Io sono la via, la verità e la vita». Eppure, proprio dentro questo clima di inquietudine, Gesù apre uno spazio di consolazione e di speranza. La sua partenza non coinciderà con un’assenza, ma con una presenza nuova.

L’amore che prende forma nella vita

«Se mi amate, osserverete i miei comandamenti». Gesù parte dall’amore, non dalla legge. Nel Vangelo di Giovanni il comandamento non è anzitutto un insieme di norme, ma la forma concreta dell’amore vissuto. L’amore per Cristo non può restare sentimento generico o esperienza puramente interiore: prende corpo in uno stile di vita. E il verbo “osservare”, in Giovanni, non significa semplicemente “eseguire”, ma custodire, abitare, mantenere viva una parola dentro la propria esistenza. Il discepolo ama davvero quando lascia che il Vangelo entri nelle sue scelte, nelle relazioni, nel modo di guardare gli altri e di vivere il quotidiano.

Il dono del Paràclito

«Il Padre vi darà un altro Paràclito». È la prima grande promessa esplicita dello Spirito nel discorso dell’ultima cena. Il termine greco Parákletos è ricchissimo: consolatore, difensore, avvocato, sostegno, intercessore. Gesù parla di un “altro” Paràclito perché il primo è Lui stesso. Lo Spirito continuerà la sua presenza e la sua opera dentro la vita dei discepoli. Non sarà un semplice ricordo di Gesù, ma una presenza viva che accompagna, sostiene, illumina. E Gesù lo definisce «Spirito della verità». Non una verità astratta, ma la capacità di leggere la realtà alla luce di Dio. Lo Spirito rende il credente capace di riconoscere Cristo dentro la storia.

Una presenza che rimane

Gesù aggiunge: «Egli rimane presso di voi e sarà in voi». Il verbo “rimanere” (ménō) è uno dei grandi verbi del Vangelo di Giovanni. Indica una comunione stabile, una reciproca dimora. La presenza dello Spirito non è momentanea o occasionale. Non si tratta di una emozione religiosa passeggera, ma di una compagnia permanente. Lo Spirito non visita soltanto il credente: abita in lui.

Ed è proprio questa presenza interiore che permette al cristiano di attraversare anche i momenti di fatica, di dubbio o di solitudine senza sentirsi abbandonato. Ci sono stagioni in cui la fede sembra più fragile, la preghiera più difficile, il cuore più inquieto. Eppure il Vangelo ci ricorda che lo Spirito continua a rimanere anche quando non ne percepiamo chiaramente la presenza.

La vita cristiana, allora, non si fonda sulla ricerca continua di emozioni forti, ma sulla fiducia in una presenza discreta e reale che sostiene il cammino quotidiano, dona pace nelle prove e rende possibile continuare a sperare e ad amare anche nella fatica.

Il discepolo non rimane mai solo

«Non vi lascerò orfani». È probabilmente la frase più intensa del brano. L’immagine dell’orfananza richiama smarrimento, vulnerabilità, perdita di protezione e di guida. I discepoli temono di restare soli. Ma Gesù promette: «Verrò da voi». La sua non sarà più una presenza fisica come prima, eppure sarà una presenza ancora più profonda. Qui Giovanni intreccia diversi livelli: la risurrezione, il dono dello Spirito, la comunione permanente con i credenti. «Io vivo e voi vivrete»: la vita dei discepoli nasce ormai dalla vita stessa del Risorto.

E poi una delle formule più alte della teologia giovannea: «Io sono nel Padre mio e voi in me e io in voi». La fede introduce il credente dentro una comunione reciproca con Dio. Non si tratta soltanto di credere “in” Cristo, ma di vivere “in Lui”.

Una manifestazione che passa attraverso l’amore

Il brano si chiude tornando al punto iniziale: «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva… questi è colui che mi ama». L’amore conduce all’osservanza, l’osservanza apre alla comunione, e la comunione rende possibile la manifestazione di Cristo, ma questa “manifestazione” non è qualcosa di spettacolare e non è un’apparizione straordinaria. È l’esperienza interiore della presenza del Signore dentro la vita concreta del credente. Cristo si manifesta là dove il Vangelo viene custodito e vissuto. Là dove una persona ama, perdona, serve, resta fedele, continua a sperare.

La Pasqua, allora, non lascia il discepolo in una nostalgia del passato. Lo introduce in una presenza nuova: invisibile agli occhi del mondo, ma reale per chi vive nella comunione con il Risorto e si lascia abitare dal suo Spirito.

Don Giulio Madeddu


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