IL DOCUMENTO

«Radicati in Cristo»: la Cei fissa le priorità per la Chiesa italiana Nel documento i vescovi italiani indicano le priorità per il rinnovamento ecclesiale: centralità del primo annuncio, percorsi per gli adulti, nuove forme di partecipazione e una possibile riconfigurazione delle diocesi

(foto CEI)

La fede non può più essere data per scontata. Neppure tra coloro che frequentano abitualmente la Chiesa. È da questa constatazione, netta e senza attenuanti, che la Conferenza episcopale italiana prende le mosse in Radicati e costruiti in Cristo, il documento approvato dall’Assemblea generale dei vescovi come strumento operativo per tradurre nelle comunità ecclesiali gli orientamenti maturati nel Cammino sinodale.

Quattro le direttrici indicate, volutamente essenziali: riportare al centro il dono della fede, rafforzare la vita comunitaria, promuovere una corresponsabilità differenziata e verificare l’adeguatezza delle strutture ecclesiali. Non un bilancio conclusivo, ma una bussola per orientare il futuro. Il cambiamento in atto, osservano i vescovi, «può rappresentare una sfida per offrire una testimonianza profetica», nella consapevolezza che «la trasmissione della fede cristiana oggi non è più un processo normale, che si possa dare per assodato».

Il primo nodo riguarda la fede vissuta, celebrata e trasmessa. Il documento non si limita a fotografare una crisi, ma indica un percorso. I vescovi ribadiscono la centralità del kerygma, richiamando l’Evangelii gaudium di Papa Francesco e le successive indicazioni di Leone XIV: il primo annuncio non è una fase preliminare dell’evangelizzazione, ma il suo cuore permanente.

Da qui emergono due urgenze pastorali. La prima riguarda i giovani: i tradizionali percorsi di iniziazione cristiana mostrano sempre più chiaramente i loro limiti. La seconda, forse ancora più significativa, riguarda gli adulti. Il testo parla esplicitamente di «percorsi di primo o di secondo annuncio» per quanti incrociano la vita delle parrocchie e di itinerari capaci di favorire un autentico «ricominciamento» della fede.

«Non si può più contare unicamente su quanto appreso e vissuto nell’itinerario di iniziazione cristiana», scrivono i vescovi.

Per questo si chiede di promuovere «contesti ospitali di ascolto e di narrazione adulta della fede», modellati dal Vangelo e capaci di confrontarsi con le domande e le fragilità dell’uomo contemporaneo. Anche la liturgia è chiamata a rinnovarsi: le celebrazioni devono essere «significative, attrattive e accessibili», perché rappresentano una fede vissuta e non possono restare separate dalla concreta esperienza delle comunità.

Strettamente legata a questa prospettiva è la dimensione della carità. Il documento mette in guardia dal rischio di una frattura tra impegno sociale e vita di fede. Le opere di servizio, si sottolinea, devono rimanere espressione di comunità realmente credenti e non trasformarsi in una semplice attività assistenziale scollegata dall’esperienza ecclesiale. Una deriva favorita anche da una cultura individualista che, talvolta, si insinua persino nei percorsi spirituali, trasformando la ricerca religiosa in una fuga dall’impegno e dalla testimonianza nel mondo.

La seconda e la terza linea di orientamento toccano l’organizzazione territoriale della Chiesa e utilizzano senza esitazioni il termine «riconfigurazione». Le parrocchie sono chiamate a diventare sempre più «comunità di comunità», luoghi in cui coltivare relazioni autentiche e forme diffuse di corresponsabilità.

«In una società dove i luoghi della vita comunitaria si rarefanno sempre di più», si legge nel documento citando Lievito di pace e di speranza, «le parrocchie sono chiamate a far crescere la dimensione estroversa del loro essere comunità missionarie». Nella stessa direzione si colloca il richiamo a Leone XIV: «Lì dove le relazioni umane e sociali si fanno difficili e il conflitto prende forma, deve farsi visibile una Chiesa capace di riconciliazione».

La proposta più rilevante riguarda però l’assetto delle diocesi. Nei prossimi anni le Conferenze episcopali regionali saranno chiamate a elaborare criteri condivisi per valutare «in quali casi è opportuno e prospettico l’accorpamento di diocesi», aprendo così una riflessione destinata ad avere conseguenze significative sulla geografia ecclesiale italiana.

Sul versante della corresponsabilità, il documento prospetta l’istituzione di nuovi ministeri battesimali affidabili a uomini e donne, la promozione di forme di guida pastorale in équipe e una revisione delle commissioni episcopali, con il coinvolgimento di membri non vescovi e la loro trasformazione in «Commissioni ecclesiali».

«Andrà ripensato il servizio di guida delle comunità cristiane, a fronte di forme di esercizio dell’autorità ancora monocratiche e clericali», si legge nel testo, che sottolinea anche la necessità di «garantire la presenza delle donne in ruoli di autorità e di guida».

L’ultima direttrice riguarda le strutture. Edifici, patrimoni immobiliari e apparati amministrativi rischiano di trasformarsi in una «zavorra» che assorbe energie e risorse sottraendole alla missione evangelizzatrice. Da qui l’invito a immaginare modalità nuove di gestione e amministrazione, affinché le strutture restino strumenti al servizio dell’annuncio e non diventino ostacoli.

Il documento si conclude con un richiamo alla verifica periodica del cammino intrapreso e con la consapevolezza che ogni autentico processo di rinnovamento richiede tempi lunghi: «Avviare processi significa accettare che il rinnovamento ecclesiale richiede tempo, pazienza, discernimento, conversione e perseveranza».


Scopri di più da Kalaritana Media

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.