L'incontro

Rileggere i Dieci Comandamenti come a un «manuale d’uso della libertà» Don Marco Pozza al College Sant'Efisio ha presentato il suo nuovo libro «Il miele e le cipolle»

Don Marco Pozza, sacerdote volto noto della televisione, da sedici anni svolge il proprio ministero all’interno del carcere di Padova. Attraverso il dialogo con i detenuti e la scrittura dei suoi libri, porta avanti una riflessione profonda sull’uomo, la libertà e la fede. È stato ospite del College Sant’Efisio, dove ha incontrato i ragazzi, in occasione dell’uscita del suo nuovo libro «Il miele e le cipolle», edito dalle Edizioni San Paolo.

Don Marco, da dove nasce il titolo del suo nuovo libro?

Il titolo richiama due immagini presenti nella Sacra Scrittura. Il “miele” rappresenta la Terra Promessa, il paese dove “scorre latte e miele”, simbolo di libertà e compimento della promessa di Dio a Israele. Le “cipolle”, invece, rimandano al ricordo del popolo ebraico nel deserto, quando, pur liberato dall’Egitto, rimpiangeva la schiavitù perché lì “le pentole erano piene di cipolle”.

È un contrasto forte: da una parte la libertà, dall’altra la nostalgia della schiavitù, che spesso appare più comoda e rassicurante.

Che significato assume questo contrasto nel libro?

Ho utilizzato queste due immagini per raccontare la tensione eterna tra libertà e schiavitù. La libertà è sempre un rischio, qualcosa che tutti desideriamo ma che spesso ci spaventa. Le “cipolle” rappresentano invece la tentazione di restare nella comodità, anche quando questa è in realtà una forma di schiavitù.

Ho cercato di rileggere la storia dell’Esodo non solo come evento biblico, ma come esperienza quotidiana, che riguarda me e le persone che incontro ogni giorno.

Il libro invita quindi a una riflessione personale?

Sì, assolutamente. È anche una domanda rivolta al lettore: si vive più da liberi o da schiavi? La Sacra Scrittura è una grande narrazione che, in realtà, parla sempre anche a noi. A un certo punto ci si riconosce dentro quella storia.

Il libro mette in luce il grande interrogativo: è meglio una libertà rischiosa o una sicurezza che, però, limita e condiziona?

La sua esperienza in carcere influisce su questa riflessione sulla libertà?

Molto. Da sedici anni vivo quotidianamente il contesto carcerario, dove la libertà è visibilmente negata. Ma ho anche l’impressione che esistano molte persone “libere” solo in apparenza, con il cuore che invece è prigioniero di paure, abitudini e dipendenze invisibili.

Per questo il tema della libertà non riguarda solo chi è detenuto, ma ciascuno di noi.

In questo senso, il libro può essere anche uno strumento di aiuto?

Sì, può essere una chiave di lettura. La privazione più evidente è quella fisica, delle celle e delle sbarre, ma esistono anche prigionie interiori.

Mi piace pensare ai Dieci Comandamenti come a un “manuale d’uso della libertà”, non come un insieme di divieti, ma come indicazioni per vivere pienamente liberi.

La libertà è un dono delicato: se non la si comprende, rischia di diventare qualcosa che ci imprigiona invece di renderci davvero umani.

 

Qui il link all’intervista di Radio Kalaritana.


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