
Il valore complessivo delle esportazioni di prodotti sardi nel 2025 è calato dell’-11,4%, passando da 6,7 a 5,9 miliardi di euro: una perdita di oltre 758 milioni di euro. È il principale dato della ricerca redatta dalla CNA Sardegna sull’export isolano nel 2025: le esportazioni sono state provate soprattutto dai dazi imposti dagli Stati Uniti, trainate verso il basso dall’andamento negativo del comparto petrolifero raffinato.
La raffinazione del petrolio e la conseguente esportazione valgono infatti il 75% dell’export regionale. Anche per questo, al netto del dato sul comparto citato, la perdita è del -1,1%, con il manifatturiero non petrolifero che ha chiuso con il +2,9%, supportato dai buoni numeri del settore chimico (+12,4%). L’aumento del prezzo al barile del petrolio a causa della crisi in Iran e nel Golfo Persico, potrebbe sulla carta una ripresa del settore, ma restano comunque le incertezze di un quadro internazionale sempre più complesso e che già causa disagi su diversi settori economici. Dati non positivi, soprattutto nella seconda fase dell’anno, sono invece stati registrati dal Centro studi della CNA sul settore agroalimentare (-1,7%), con una seconda fase dell’anno che ha visto esportazioni in continua diminuzione, a partire da quelle del Pecorino Romano (-2,8% il dato annuale complessivo). Agroalimentare che nel 2025 si è affermato, nonostante ciò, come primo settore esportatore verso i soli Stati Uniti d’America, con circa 130 milioni di euro nel 2025. Il quadro complessivo di incertezza fa pensare però alla necessità di aprirsi ad altri mercati. Sia quelli maturi, come quelli di Australia e Canada, che verso quelli nuovi e in espansione, come Polonia e Corea del Sud.
«I dati del 2025 – dichiarano Luigi Tomasi e Francesco Porcu, rispettivamente presidente e segretario regionali di Cna Sardegna – confermano la fragilità strutturale del nostro sistema export. Quando quasi tre quarti delle nostre vendite all’estero dipendono da un unico settore, il petrolifero,e le eccellenze agroalimentari che costruiamo in decenni di lavoro rischiano di perdere il loro principale mercato di sbocco per ragioni geopolitiche su cui non abbiamo alcuna leva, il tema della diversificazione cessa di essere una scelta strategica e diventa un’urgenza. Chiediamo con forza che la Regione e il Governo nazionale mettano in campo strumenti concreti di supporto all’internazionalizzazione, a partire da risorse dedicate alla penetrazione di nuovi mercati per le nostre Pmi agroalimentari. Serve, inoltre, un piano integrato di promozione che coinvolga le nostre imprese artigiane e le accompagni in questa transizione».
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