I dati

Il caro energia e l’industria debole frenano lo sviluppo regionale Secondo il report reso noto dalla Cisl i costi energetici verso l'alto, unito al lavoro instabile e alla fragilità produttiva, causano notevoli problemi al tessuto socio-economico regionale

ll segretario generale della Cisl Sardegna Pier Luigi Ledda

Energia costosa, industria debole e diffusione crescente del lavoro discontinuo: la Sardegna rischia di pagare più di altri territori il prezzo della transizione energetica. È il quadro tracciato dal nuovo report del Centro Studi «Giannetto Lay» della Cisl Sardegna, che analizza il rapporto tra sistema produttivo, costi energetici e condizioni sociali nell’Isola.

Lo studio evidenzia come il comparto industriale e delle costruzioni rappresenti ormai meno del 14% del valore aggiunto regionale, in un contesto dominato da micro e piccole imprese particolarmente esposte all’aumento dei costi dell’energia e della logistica. Una struttura economica che, secondo il sindacato, amplifica le fragilità del sistema produttivo sardo.

Per la Cisl il tema energetico non riguarda soltanto la transizione ecologica, ma incide direttamente su occupazione, competitività e tenuta sociale. «Energia, industria e lavoro ormai sono la stessa emergenza», ha dichiarato il segretario generale Pier Luigi Ledda, sottolineando come la Sardegna parta da condizioni strutturali più difficili, tra insularità, costi elevati e redditi più bassi.

Il report segnala inoltre una forte vulnerabilità energetica delle famiglie sarde, che spendono mediamente oltre 1.300 euro l’anno per l’energia. Il peso dell’elettricità sui consumi domestici supera il 51%, contro una media nazionale inferiore. A ciò si aggiunge la scarsa diffusione del metano, che obbliga molte famiglie al ricorso a Gpl, pellet e gasolio, con costi spesso più elevati.

«La Sardegna continua a pagare un forte ritardo infrastrutturale», ha aggiunto Ledda, evidenziando come la dipendenza da fonti energetiche alternative renda cittadini e imprese più esposti ai rincari.

Un ulteriore elemento critico riguarda il mercato del lavoro: giornate lavorative inferiori alla media nazionale, ricorso elevato agli ammortizzatori sociali e diffusione del lavoro discontinuo, che amplifica l’impatto dell’aumento dei costi su famiglie e imprese.

Infine, il sindacato richiama l’attenzione sui principali poli industriali dell’Isola, da Portovesme a Porto Torres, descritti come parte di una crisi sistemica e non episodica. Preoccupazioni anche per l’evoluzione del sistema europeo Ets e del futuro Ets2, che potrebbe incidere ulteriormente su trasporti, carburanti e riscaldamento.

Per la Cisl Sardegna, il nuovo piano energetico regionale dovrà quindi integrarsi con una strategia di sviluppo più ampia, capace di coniugare produzione energetica, rilancio industriale e stabilità occupazionale, evitando che la transizione si traduca in un aumento delle disuguaglianze territoriali.


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