L'intervista

Ebola, l’esperto rassicura: «Il rischio resta basso, ma vigilanza e ricerca sono fondamentali» Parla Aldo Manzin dell'Università di Cagliari: «L’attenzione deve andare sulla prevenzione»

Dopo il recente caso sospetto che ha richiamato l’attenzione dell’opinione pubblica, torna al centro il tema delle malattie infettive emergenti. «Ebola – ha detto, ai microfoni di Radio Kalaritana, il professor Aldo Manzin, direttore della Microbiologia e Virologia dell’Azienda ospedaliero universitaria di Cagliari – è un virus particolarmente pericoloso che trova il proprio serbatoio naturale probabilmente nei pipistrelli. Da questi animali il virus può essere trasmesso ad altre specie e successivamente all’uomo, direttamente o indirettamente».

Come avviene il contagio tra esseri umani?

La trasmissione da persona a persona è possibile, ma richiede contatti stretti con sangue, liquidi biologici o secrezioni corporee. Nelle aree africane dove periodicamente si verificano epidemie, un ruolo importante nella diffusione può essere svolto anche da alcune pratiche tradizionali legate alle cerimonie funebri, che comportano il contatto diretto con le persone decedute.

Negli ultimi tempi si è parlato anche di un nuovo ceppo del virus.

Sì, si tratta di una variante diversa rispetto a quelle più frequentemente coinvolte nelle epidemie registrate negli anni passati. È un ceppo che presenta una particolare pericolosità perché la mortalità può raggiungere percentuali molto elevate, comprese tra il 30 e il 50 per cento.

La vicenda che ha interessato Cagliari ha riportato l’attenzione sul tema della prevenzione.
Certamente. Episodi come questo ci ricordano quanto siano importanti gli investimenti nella ricerca scientifica, nella sanità pubblica e nei sistemi di sorveglianza epidemiologica. Oggi viviamo in un mondo interconnesso, nel quale le distanze si sono notevolmente ridotte e la capacità di risposta rapida diventa essenziale.

Secondo lei il mondo sta investendo abbastanza nella prevenzione delle grandi emergenze sanitarie?
Purtroppo no. Anzi, stiamo assistendo a una tendenza opposta. In uno scenario globale in cui dobbiamo essere preparati a possibili emergenze causate da Ebola, virus influenzali o altri agenti patogeni con potenziale pandemico, sarebbe necessario rafforzare la cooperazione internazionale e aumentare gli investimenti nella ricerca e nella prevenzione.

Quale ruolo svolgono le organizzazioni internazionali?

Sono fondamentali. Il controllo delle epidemie richiede coordinamento globale e strutture operative capaci di intervenire direttamente nei territori colpiti. Per questo motivo destano preoccupazione le scelte di alcuni Paesi di ridurre il proprio sostegno a organismi come l’Organizzazione Mondiale della Sanità o ai programmi di cooperazione sanitaria internazionale.

Esiste il rischio che Ebola possa diffondersi in Europa?

Attualmente il rischio per l’Italia e per l’Europa rimane molto basso. Tuttavia non bisogna sottovalutare il fatto che i virus evolvono continuamente e possono modificare le proprie caratteristiche. Per questo è importante mantenere elevata l’attenzione e rafforzare i sistemi di controllo.

Il caso affrontato a Cagliari può essere considerato un esempio di buona pratica?
Assolutamente sì. Vorrei sottolineare proprio questo aspetto. Quanto accaduto dimostra come si debba operare di fronte a un sospetto rischio infettivo: identificare tempestivamente il caso, adottare le necessarie misure di isolamento e procedere rapidamente agli accertamenti. Non si tratta di creare allarmismo o panico, ma di applicare correttamente i protocolli di sicurezza.


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