MUSICA

Fiorella Mannoia ad Alghero, quando la musica diventa coscienza All’Anfiteatro Ivan Graziani un concerto diventato racconto collettivo tra memoria, poesia e impegno civile. L’artista romana ha celebrato “Anime Salve” trasformando le canzoni in una riflessione sull’umanità, la fragilità e la forza della parola

Non è stato soltanto un concerto, ma un racconto collettivo che ha attraversato la memoria, la poesia e l’impegno civile. L’Anfiteatro Ivan Graziani di Alghero, gremito in ogni ordine di posto, ha accolto Fiorella Mannoia per la seconda tappa sarda di Fiorella canta Fabrizio e Ivano: Anime Salve, il progetto con cui l’artista rende omaggio ai trent’anni dello storico album nato dall’incontro tra Fabrizio De André e Ivano Fossati. Un pubblico trasversale, che hanno attraversato generazioni di musica italiana, ha seguito il concerto in un silenzio quasi religioso, lasciando spazio agli applausi soltanto al termine di ogni brano. Un’attenzione che racconta l’autorevolezza di un’artista capace, dopo oltre cinquant’anni di carriera, di trasformare ogni esibizione in un momento di riflessione condivisa. Sul palco Mannoia non si limita a interpretare le canzoni. Le introduce, le contestualizza, le restituisce al presente. «Dicono che c’era un tempo per seminare e uno più lungo per aspettare. Io dico che c’era un tempo sognato che bisognava sognare», ha confidato al pubblico, quasi a ribadire che la speranza resta un esercizio necessario anche in tempi difficili. Tra i momenti più intensi della serata il ricordo di Ivano Fossati e della sua capacità di raccontare la fragilità umana. Introducendo un brano dedicato al tema della salute mentale, Mannoia ha osservato come «la follia diventa dolore ma anche poesia» e ha ricordato quanto sia ancora difficile accettare che «il cervello si possa ammalare come un qualunque altro organo», rompendo così il silenzio che ancora circonda la depressione. L’omaggio a Fabrizio De André è stato invece profondamente personale. L’artista ha raccontato di essere «nata due volte»: la seconda, a quattordici anni, ascoltando una sua canzone. Da quel momento, ha spiegato, è cambiato il suo modo di guardare il mondo, grazie all’attenzione che il cantautore genovese ha sempre riservato agli ultimi e a chi non aveva voce. Un legame che attraversa anche Lunaspina, il brano scritto da Fossati proprio per lei. Non sono mancati i riferimenti all’attualità. Introducendo Sand Creek, Mannoia ha richiamato il parallelo tra il massacro dei nativi americani e le guerre contemporanee, evocando un ideale gemellaggio tra gli indiani d’America e il popolo palestinese e denunciando l’esistenza di «criminali di guerra che non pagano per ciò che fanno». Parole accolte da un lungo applauso. E poi la riflessione che ha sintetizzato il senso dell’intero spettacolo: «Se riusciamo ancora a commuoverci di fronte a queste canzoni e a queste cose vuol dire che le nostre anime sono salve». Una frase che è diventata il filo conduttore della serata e che spiega perché il progetto dedicato a De André e Fossati non sia soltanto un tributo musicale, ma un invito a custodire l’umanità attraverso la cultura, la memoria e la forza della parola cantata. Ma la cantante romana non si è risparmiata e in chiusura ha regalato al pubblico i suoi successi e sulle note di Quello che le donne non dicono ha dimostrato ancora una volta che la grande musica non consola soltanto: interroga, scuote e continua a costruire coscienze.

di Erika Pirina


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