
Ha fatto tappa in Sardegna, per le insegne del Cedac, con il suo spettacolo teatrale «Diario di un trapezista» e tornerà nell’Isola a luglio con nuove date. Sigfrido Ranucci, giornalista e conduttore di Report, racconta il significato di un titolo che è già una dichiarazione d’intenti e riflette sullo stato del giornalismo contemporaneo, tra nuove sfide, potere e disinformazione.
«Il titolo – ha raccontato Ranucci ai microfoni di Radio Kalaritana – nasce da un insegnamento del mio maestro Roberto Morrione. Diceva che quando, a seguito di un’inchiesta, hai la consapevolezza di essere diventato tu stesso il bersaglio, devi fare come un trapezista: lasciare il trapezio a cui sei aggrappato e lanciarti verso il successivo. In altre parole, devi realizzare un’inchiesta ancora più forte e più coraggiosa. È il modo migliore per continuare a lavorare mantenendo uno sguardo libero e indipendente».
Nel tuo racconto trova spazio anche il periodo degli esordi a Paese Sera. Quanto è stata importante quella esperienza?
È stata una scuola fondamentale. Paradossalmente non sono mai stato pagato, perché il giornale attraversava una grave crisi economica, ma dal punto di vista professionale ho ricevuto moltissimo. Paese Sera aveva una grande tradizione giornalistica e offriva l’opportunità di imparare dai migliori. Era un giornale innovativo, che utilizzava anche la forza delle immagini per raccontare la cronaca e aveva un forte impatto narrativo.
Una formazione che oggi sembra sempre più rara.
Sì, perché manca quella che io considero la vera scuola del giornalismo: la strada, l’esperienza diretta, il confronto con i maestri del mestiere. Oggi troppo spesso si attinge a informazioni reperite sul web. È come interrogare un bibliotecario ubriaco: non sai mai se ciò che ti sta fornendo sia davvero attendibile. Inoltre molte informazioni rispondono alla logica del clic e della visibilità più che a quella della verità.
Nel monologo emerge anche il tema degli incontri che segnano una vita.
È un concetto che richiama Borges. Ogni persona che entra nella nostra esistenza lascia qualcosa e porta via qualcosa. Ci sono incontri che hanno un valore profondo, perché ci aiutano a comprendere meglio noi stessi e il mondo che ci circonda. Alcune persone sembrano arrivare nella nostra vita proprio per consegnarci una storia o un insegnamento.
Hai lavorato in molti contesti internazionali. Il giornalismo libero attraversa oggi una fase difficile?
Sì, e credo che stiamo assistendo a qualcosa di molto più ampio. Nel mio ultimo libro sostengo che siamo di fronte a un nuovo ordine mondiale che passa anche attraverso l’indebolimento del giornalismo indipendente. In alcuni casi i giornalisti vengono eliminati fisicamente, come accade nelle zone di guerra; in altri vengono delegittimati, isolati o resi meno influenti attraverso la manipolazione degli algoritmi e delle piattaforme digitali, che oggi rappresentano il principale strumento di informazione per milioni di persone.
Una pressione che riguarda anche altre istituzioni.
Esattamente. Parallelamente assistiamo all’indebolimento di chi dovrebbe garantire il rispetto del diritto, sia a livello nazionale che internazionale. Vengono messi in discussione organismi sovranazionali, magistrature, enti di controllo. È un processo che riguarda non solo l’informazione, ma più in generale la tutela dei diritti e degli equilibri democratici.
Qual è allora la sfida per chi fa informazione?
Continuare a esercitare il proprio lavoro con autonomia, rigore e senso critico. È una sfida difficile, ma necessaria. Il giornalismo ha ancora il compito di raccontare la realtà e di offrire ai cittadini gli strumenti per comprenderla. Per questo è importante non smettere mai di cercare il trapezio successivo.
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