Lo spettacolo

Antonio Ornano e il diritto di essere «(In)grato»: «Non dobbiamo sentirci in colpa se non siamo sempre felici» Il comico sarà in scena anche a Cagliari il ottobre 27 per «Pezzi unici» del Cedac

La gratitudine ostentata, la pressione a mostrarsi sempre felici e il rischio di perdere di vista chi siamo davvero. Sono alcuni dei temi al centro di (In)grato, lo spettacolo di Antonio Ornano, in scena a Sassari lunedì, 26 ottobre, a Sassari e martedì, 27 ottobre a Cagliari, questa data sotto le insegne del Cedac.

Con la sua consueta ironia, il comico genovese osserva le contraddizioni della quotidianità e invita a riscoprire il valore dell’imperfezione, della vulnerabilità e persino di una sana arrabbiatura. Lo fa con uno spettacolo che porta un titolo che interroga. «Il punto di partenza – ha detto ai microfoni di Radio Kalaritana – è la sensazione che, nell’epoca in cui viviamo, tutti facciano un po’ a gara nel manifestare la propria gratitudine per qualsiasi cosa. Dal filo d’erba bagnato da una goccia di rugiada alla bella mattinata, fino al pettirosso che si posa sul davanzale: soprattutto sui social, questa gratitudine mi sembra spesso artefatta, poco autentica».

«Naturalmente – ha proseguito il comico – è giusto essere riconoscenti per determinate situazioni ed esperienze, ma credo sia altrettanto sacrosanto rivendicare il diritto di esprimere la propria rabbia e la propria irritazione. A volte le trovo reazioni più genuine e autentiche. Lo spettacolo si sviluppa proprio attorno a queste domande: per che cosa è giusto sentirsi grati? Quando ha senso manifestare riconoscenza e quando, invece, è inevitabile tirare fuori una sana arrabbiatura? Mi sembra che oggi siamo molto impegnati a diventare ciò che il mondo si aspetta da noi, al punto da dimenticare chi siamo. Siamo sottoposti a così tanti stimoli esterni che finiamo per perdere interesse nel capire che cosa ci appartiene davvero e che cosa desideriamo. C’è poi la ricerca spasmodica della felicità. Possiamo anche convincerci di dover essere sempre positivi e assertivi, ma dimentichiamo che la nostra vita è esposta all’imponderabile: non possiamo governare tutto, perché esiste una parte della realtà che inevitabilmente sfugge al nostro controllo.

Quindi rivendicare il diritto di essere ingrati significa anche concedersi la libertà di stare male e di arrabbiarsi?

Assolutamente sì. Non dobbiamo essere sempre grati a tutti e per tutto. A volte sfogarsi serve a resettare e a ripartire. Se ci togliamo anche il diritto di arrabbiarci e di stare male, rischiamo di aggiungere un ulteriore peso alle difficoltà che stiamo vivendo. Pensiamo a quando ci sentiamo obbligati a essere sempre positivi: se poi, inevitabilmente, non riusciamo a esserlo, finiamo quasi per sentirci in colpa. Alla sofferenza si aggiunge così anche il senso di colpa per non essere abbastanza felici. Credo invece che dovremmo concederci la possibilità di vivere tutte le nostre emozioni, senza doverle necessariamente giustificare o nascondere.

Nei monologhi trovi spesso spazio anche la vita coniugale, con le sue dinamiche quotidiane e quelle fragilità che non sempre riusciamo a confessare, nemmeno al partner, agli amici o ai colleghi.

È un tema che non appartiene soltanto a me, ma a tanti comici ed è, più in generale, un classico della comicità. Ognuno lo affronta secondo le proprie attitudini e la propria sensibilità. Io tendo a romanzare ed esasperare gli aspetti della mia quotidianità coniugale. Racconto le cose dal mio punto di vista, nel quale sono quasi sempre perdente. E questa è una cosa che mi piace, perché penso che il pubblico, soprattutto quello femminile, possa apprezzare il fatto che io mi lamenti, ma alla fine perda sempre: la vincitrice è mia moglie.

Spero che emerga anche la mia ammirazione per l’universo femminile. Potrebbe sembrare paradossale, perché nei miei racconti ne dico di tutti i colori, ma in realtà parto sempre dal presupposto che noi uomini siamo molto più imperfetti delle donne. O, meglio, che l’imperfezione femminile, al pari di quella maschile, sia tremendamente affascinante, complessa, arguta e impegnativa.

Il tema dell’imperfezione sembra essere il filo conduttore dello spettacolo. In una società che ci vuole sempre sorridenti, vincenti e riconoscenti, quanto è importante riuscire a mostrare anche ciò che non va?

È esattamente così. Sono molto più attratto dalla fallibilità delle persone che dal loro successo. Trovo la prima decisamente più affascinante. È proprio nei meandri della fallibilità che trovo gli spunti comici, ma anche una grande possibilità di entrare in empatia con gli altri. Nelle contraddizioni, nelle fragilità e nella vulnerabilità delle persone che incontro spesso mi riconosco. Questo non significa rinunciare alla ricerca della felicità o alla volontà di essere positivi. Sono un genitore e so che bisogna essere responsabili, essere un buon padre di famiglia e farsi carico delle difficoltà della vita. Ma la fallibilità fa parte della natura umana. E, grazie a Dio, è così.


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