Il commento

Carcere di Uta, il lavoro quotidiano tra lavoro e formazione per i detenuti Il direttore della casa circondariale Scalas spiega il lavoro che crea occasioni di crescita e di sviluppo in vista del fine pena

 

Lavoro e formazione nel percorso rieducativo sono elementi del trattamento, elementi fondamentali, come previsto dall’Ordinamento penitenziario, e come elementi del trattamento rappresentano strumenti ai quali l’Amministrazione penitenziaria ricorre ai fini del raggiungimento dell’obiettivo ultimo che è la rieducazione del condannato.

La rieducazione del condannato è sancita dall’articolo 27, comma 3 della Costituzione Italiana. Esso stabilisce che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione, promuovendo il suo reinserimento sociale. Lo scopo del lavoro e della formazione è quindi la rieducazione. Lavoro e formazione sono elementi complementari. Il lavoro dà una immediata risposta concreta in termini economici al detenuto mentre la formazione dà un riscontro immediato per ciò che concerne l’ampliamento delle proprie conoscenze, il rispetto delle regole ma anche, in prospettiva futura, un miglioramento delle proprie condizioni umane, personali e lavorative.

Fondamentale è il concetto della dignità. Dignitoso per un soggetto è non dipendere da qualcun altro; il detenuto, quando esce dall’istituto, se ha una formazione ed un lavoro, fondamentalmente, possiede dignità nel presentarsi alla società esterna. Entro questi termini, come elementi del trattamento, lavoro e formazione non sono solo il frutto di un’attività meramente interna dell’Amministrazione penitenziaria. Infatti, essa si avvale di soggetti terzi come la comunità esterna al livello del territorio, le realtà legate alla Chiesa, in particolare quella Cattolica, e le realtà imprenditoriali. La collaborazione tra tutti questi enti consente di raggiungere in termini più celeri quell’obiettivo che è la rieducazione del reo perché più sono le offerte che diamo ai detenuti, più sono evidentemente, le possibilità di aiutarli nel loro percorsi di rinascita fuori dall’Istituto. All’interno di questa cooperazione si inserisce uno dei nostri progetti ovvero «Prodem».

Tale progetto, che si avvale della preziosa cooperazione dell’Ufficio diocesano migrantes (con l’accompagnamento del cappellano del carcere, oltre agli operatori volontari e al direttore dell’Ufficio diocesano Migrantes di Cagliari), della Confcooperative Cagliari e della Società cooperativa sociale Cedis, si pone come obiettivi quelli di creare non delle buone prassi rivolte ai detenuti migranti, ma una serie di iniziative concernenti il lavoro e la formazione, offrendo concrete prospettive di crescita, sia a livello professionale che a livello umano e di formazione spirituale, in modo che essi diventino protagonisti del reinserimento nella società. Il territorio diviene cornice attiva che assiste il detenuto migrante nella sua crescita e sul quale si riversano le competenze trasversali da egli acquisite.

Pietro Borruto * Direttore reggente della casa circondariale «Ettore Scalas» di Cagliari Uta (Articolo apparso su Kalaritana Avvenire del 19 luglio)


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