
Gli allevatori sardi tornano in piazza a Olbia per chiedere la fine delle restrizioni alla movimentazione dei bovini. La protesta, promossa da Coldiretti Sardegna, punta i riflettori sulla gestione della dermatite bovina e sulle conseguenze economiche che i blocchi stanno provocando nelle aziende. «Dopo oltre 15 mesi – ha detto ai microfoni di Radio Kalaritana, il presidente regionale, Battista Cualbu – gli allevatori non possono continuare a convivere con restrizioni che stanno creando problemi alle aziende e agli animali».
Domani sarete nuovamente in piazza. Quali sono le ragioni della protesta?
Lo facciamo per denunciare quella che riteniamo una cattiva gestione dell’emergenza legata alla dermatite bovina. Non è possibile che, dopo oltre 15 mesi, gli allevatori debbano ancora convivere con restrizioni e blocchi che stanno creando gravi problemi alle aziende e agli animali. Ci sono bovini che avrebbero dovuto essere caricati e venduti già da mesi e che invece sono ancora bloccati negli allevamenti. Nel frattempo sono aumentati fortemente i costi delle materie prime e del mantenimento degli animali, a partire dai mangimi e dal gasolio. Gli allevatori hanno sostenuto questi costi per mesi senza poter commercializzare gli animali.
Gli allevatori hanno anche rispettato le disposizioni sanitarie, a partire dalle vaccinazioni.
Inizialmente c’era una diffidenza, più che comprensibile, nei confronti della vaccinazione, perché si trattava di una malattia nuova e di un vaccino che non era ancora stato sperimentato in Italia. Nonostante ciò, gli allevatori hanno aderito in maniera massiccia: il 98% degli allevamenti e il 97% degli animali sono stati vaccinati. Gli allevatori hanno quindi rispettato le regole. Ora, però, ci ritroviamo ancora con zone di sorveglianza che limitano la movimentazione. È una situazione che riteniamo assurda. Bisogna farsi sentire con maggiore decisione ai tavoli di Roma e di Bruxelles, affinché le norme vengano applicate e rispettate anche a tutela degli allevatori che hanno seguito le disposizioni.
Uno dei punti contestati riguarda proprio le zone di sorveglianza.
Non siamo d’accordo sul mantenimento di una zona di sorveglianza di 20 chilometri. Non è possibile che un singolo allevamento possa tenere in ostaggio una parte così ampia della Sardegna. Gli allevatori hanno il diritto di portare a compimento il proprio lavoro, vendere gli animali e recuperare almeno le spese che hanno già sostenuto.
Quali sono, quindi, le vostre principali richieste alle istituzioni?
La nostra priorità è sicuramente la declassificazione della malattia. Chi ha rispettato le disposizioni sanitarie e ha seguito le indicazioni della politica, deve essere messo nelle condizioni di riprendere le movimentazioni. Declassificare la malattia significa anche evitare che, nel caso in cui un allevamento vaccinato presenti qualche capo positivo, si arrivi automaticamente all’abbattimento dell’intera mandria. In alcuni casi, soprattutto dopo il secondo anno di vaccinazione, si possono verificare situazioni di questo tipo e non possiamo pensare che questo comporti necessariamente danni enormi dal punto di vista economico, ma anche morale e sociale.
Avete chiesto anche interventi economici per gli allevatori che hanno perso le proprie mandrie?
Sì. Abbiamo chiesto alla Regione che venga riconosciuto immediatamente anche il mancato reddito agli allevatori che hanno subito l’abbattimento della mandria e che non sono ancora riusciti a ricostituirla. Altrimenti queste persone rischiano di subire un ulteriore danno: non possono beneficiare dei ricavi derivanti dalla vendita degli animali e, contemporaneamente, non hanno ancora una mandria da cui ripartire. Ricostituire un allevamento, infatti, non è semplice. Non stiamo parlando di automobili, che si possono acquistare nuovamente in concessionaria con le stesse caratteristiche e gli stessi optional. Parliamo di animali che erano già ambientati nel territorio regionale e nelle specifiche condizioni climatiche e aziendali.
La gestione dell’emergenza richiede quindi un intervento coordinato tra Regione, Governo e istituzioni europee?
Ci auguriamo che la politica non si divida e che riesca a mantenere una posizione compatta, come è avvenuto in altre occasioni. In questo caso, però, il problema riguarda soprattutto le norme a livello nazionale e, in particolare, europeo, perché stiamo parlando di una malattia soggetta a una classificazione e a restrizioni che finiscono per ricadere anche sugli allevatori virtuosi.
E parliamo della stragrande maggioranza degli allevatori: il 98% degli allevamenti ha aderito alla vaccinazione. Non è quindi giusto che a pagare le conseguenze delle restrizioni siano sempre coloro che hanno rispettato le regole. È necessario tutelare gli allevatori che hanno fatto la propria parte e consentire loro di tornare a lavorare e a movimentare i propri animali.
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