Diocesi

«È importante che si lavori in squadra»: parla il professor Enrico Parano, pediatra Le conseguenze di un abuso non si esauriscono nelle ferite psicologiche o nei segni fisici più evidenti

Un recente convegno sulla tutela minori

Le conseguenze di un abuso non si esauriscono nelle ferite psicologiche o nei segni fisici più evidenti. Possono incidere sullo sviluppo neurologico del bambino e, in alcuni casi, influenzare persino l’espressione del Dna.

È una delle prospettive che saranno al centro dell’intervento del professor Enrico Parano, pediatra, neurologo pediatra e responsabile della sede di Catania dell’Istituto per la ricerca e l’innovazione biomedica del Consiglio nazionale delle ricerche, tra i relatori del convegno diocesano «La cultura della tutela dei minori. Prospettive di dialogo interdisciplinare», in programma sabato 6 giugno.

Il suo contributo porterà all’attenzione dei partecipanti il lavoro di ricerca condotto negli ultimi anni dal Cnr-Irib sul maltrattamento e sull’abuso dei minori, con particolare riferimento alle conseguenze cliniche, neurologiche ed epigenetiche delle esperienze traumatiche vissute nell’infanzia.

Una prospettiva scientifica che si inserisce pienamente nel taglio interdisciplinare dell’incontro, promosso dal Servizio per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili dell’Arcidiocesi di Cagliari, in collaborazione con gli Uffici per la Pastorale giovanile, Universitaria e della cultura e con il College Sant’Efisio.

«Oggi – afferma Parano – nessun singolo professionista, nessuna istituzione può affrontare da solo il problema dei minori fragili, della violenza, degli abusi sui minori. Per questo – aggiunge – serve ovviamente un lavoro di squadra, un lavoro sinergico, un lavoro congiunto tra pediatri, specialisti medici, psicologi, pedagogisti, assistenti sociali, insegnanti, famiglie, giuristi, magistrati, istituzioni governative, istituzioni religiose e organizzazioni del terzo settore».

Il valore del convegno, secondo il docente, sta proprio nella «capacità di mettere insieme competenze diverse attorno a un tema che nessuno può affrontare da solo».

Accanto al contributo della ricerca scientifica, ci saranno infatti la riflessione teologica, dal punto di vista giuridico e le prospettive pedagogiche. Un dialogo necessario per riconoscere i segnali di disagio, prevenire gli abusi e costruire contesti educativi e pastorali realmente sicuri.

Parano insiste in particolare sulla necessità di superare una lettura riduttiva delle conseguenze del maltrattamento. «Oggi – afferma – siamo un po’ tutti forzati a pensare che le conseguenze di un maltrattamento, piuttosto che di un abuso, siano solamente quelle fisiche, quelle che vediamo,

piuttosto che quelle psicologiche. Invece questo è vero, ma è vero in parte». Le ricerche più recenti mostrano infatti che il trauma può incidere in profondità sull’organismo.

«Oggi sappiamo – prosegue – e noi abbiamo contribuito a confermarlo, che le conseguenze di un maltrattamento e di un abuso possono essere anche di tipo organico, coinvolgere il sistema nervoso centrale».

Ma gli studi condotti dal gruppo di ricerca catanese si spingono ancora oltre. «Abbiamo contribuito a confermare che addirittura queste conseguenze possono agire anche sul Dna delle vittime, provocando delle modifiche che talvolta possono essere addirittura indelebili, quindi stabili e trasmesse alle generazioni successive».

È il campo delle alterazioni epigenetiche, modificazioni che non cambiano la sequenza del Dna, ma ne influenzano l’espressione, incidendo sul modo in cui alcune informazioni genetiche si manifestano nella vita della persona. Questa prospettiva aiuta anche a comprendere meglio quello che viene definito «ciclo della violenza».

Come spiega il professor Parano, un bambino che subisce maltrattamenti e abusi nell’infanzia, crescendo, può sviluppare comportamenti aggressivi o disfunzionali, fino alla tendenza a reiterare in età adulta gli abusi subiti.

Il ricercatore precisa che non si tratta di giustificare la violenza, ma di studiarne le basi neurofisiologiche e biologiche, per comprendere perché, in alcuni casi, chi è stato vittima possa diventare a sua volta autore di abuso. Da qui l’importanza decisiva della prevenzione e della formazione.

«Non c’è un singolo professionista oggi – conclude – che in un modo o nell’altro, per motivi professionali, può prescindere da conoscere quanto meno quali siano le forme di abuso, come si manifestano».

Un’attenzione particolare va rivolta agli insegnanti, considerati interlocutori fondamentali per intercettare i primi segnali di disagio, maltrattamento o abuso in un bambino. La formazione, secondo il docente, non può restare affidata soltanto alla disponibilità volontaria dei singoli, ma dovrebbe diventare parte stabile dei percorsi universitari e professionali, anche per gli studenti di Medicina e chirurgia.

Maria Luisa Secchi

Articolo pubblicato su Kalaritana Avvenire del 31 maggio 2026


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