L'intervista

Francesco Cara: «A Roma ho visto una Chiesa che genera fraternità» Il seminarista sestese ripercorre il sesto anno pastorale nella parrocchia di Santa Maria delle Grazie al Trionfale, tra giovani, vita comunitaria e servizio ai più fragili

Francesco Cara, originario di Sestu e alunno del sesto anno del nostro Seminario Regionale, ha vissuto il sesto anno pastorale nella Parrocchia di Santa Maria delle Grazie al Trionfale, nel quartiere Prati a Roma. In una delle realtà parrocchiali più grandi della capitale, ha sperimentato da vicino la vita ordinaria di una comunità cristiana impegnata su tanti fronti della pastorale.

Una grande parrocchia: quale prima impressione?

Entrare in una realtà così grande è stato inizialmente impegnativo. Ci sono molte attività, persone di ogni età e situazioni molto diverse tra loro. Con il tempo, però, ho scoperto che anche in una comunità numerosa ciò che fa la differenza sono sempre le relazioni personali e la capacità di creare legami autentici.

Che cosa ti ha insegnato la vita in canonica?

Mi ha fatto toccare con mano il valore della fraternità sacerdotale. Condividere la preghiera, i pasti e la quotidianità con altri sacerdoti mi ha aiutato a comprendere che il ministero non si vive da soli, ma all’interno di una comunione concreta fatta di ascolto, sostegno e corresponsabilità.

Dove hai incontrato maggiormente i giovani?

Negli incontri di catechesi, nei gruppi formativi, durante le attività parrocchiali e nei momenti più informali. Spesso sono proprio questi ultimi a diventare i più significativi, perché permettono ai ragazzi di esprimere con maggiore libertà le loro domande e le loro attese.

Qual è la domanda che i giovani portano più spesso?

Forse non è una domanda esplicita, ma una ricerca: il desiderio di capire se la fede abbia davvero qualcosa da dire alla loro vita. Molti cercano autenticità, relazioni vere e punti di riferimento credibili.

Un momento che custodirai particolarmente?

I ritiri di Avvento e di Quaresima. Vedere tanti giovani fermarsi, fare silenzio e mettersi in ascolto di Dio è stata un’esperienza molto bella. In quei momenti emergono spesso profondità e sincerità che nella frenesia quotidiana restano nascoste.

Che volto ha assunto per te la carità?

Quello dell’incontro. Attraverso il servizio con la Comunità di Sant’Egidio ho imparato che la carità non consiste soltanto nell’offrire un aiuto materiale, ma nel riconoscere la dignità dell’altro, ascoltare la sua storia e condividere un tratto di strada insieme.

Cosa hai imparato dalla pastorale ordinaria?

Che il Vangelo passa molto spesso attraverso le piccole cose. Una presenza fedele, una parola ascoltata, una porta aperta, un tempo donato con gratuità possono lasciare un segno più profondo di tante iniziative straordinarie.

Cosa porti con te da questo anno romano?

La convinzione che una comunità cristiana può essere davvero una casa per tutti. In una grande parrocchia della capitale ho visto persone diverse per età, storia e sensibilità camminare insieme. È un’esperienza che mi ha confermato quanto la Chiesa sia chiamata a generare fraternità e speranza nella vita concreta delle persone.

di Leonardo Piras


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