
La cabina del vento di Capanoli
Parlare con chi non c’è più, affidare al vento parole mai pronunciate, ricordi, rimpianti e sentimenti che non sempre si riescono a esprimere. È l’esperienza offerta dalle cosiddette cabine del vento, al centro del libro Le cabine del vento. Parlare a chi non c’è più, scritto dal giornalista Riccardo Maccioni, già caporedattore di Avvenire ed ex caporedattore di InBlu Radio.
«L’idea del libro – racconta ai microfoni di Radio Kalaritana – nasce da un viaggio in Giappone che l’autore avrebbe dovuto compiere per ragioni professionali, ma che alla fine è saltato. Ogni volta che preparo un viaggio cerco di leggere romanzi e racconti, per conoscere un po’ meglio la realtà che andrò a visitare. In quell’occasione mi sono imbattuto in un’iniziativa nata in Giappone: i telefoni del vento».
Si tratta di cabine scollegate dalla rete telefonica, concepite per permettere alle persone di rivolgersi idealmente ai propri cari scomparsi. «Non sono mai state pensate per svolgere la funzione di telefoni pubblici – spiega Maccioni – ma proprio per parlare, o almeno per mettersi idealmente in contatto, con le persone care che non ci sono più».
La prima cabina fu realizzata nel 2010 dal designer giapponese Itaru Sasaki. L’anno successivo, dopo il devastante tsunami che colpì le coste del Giappone, diventò un luogo di pellegrinaggio per decine e centinaia di persone. «Sono strutture – ha detto ancora Maccioni – che aiutano a tirare fuori il dolore e la sofferenza che spesso non riusciamo a esprimere nella vita quotidiana. Chi utilizza questi telefoni sa che dall’altra parte non risponderà nessuno, ma questa esperienza può aiutare nell’elaborazione del lutto».
Nel libro trovano spazio anche le testimonianze raccolte a Capannoli, in Toscana, dove è stata installata la prima cabina del vento italiana e dove si trova una delle più conosciute. Attualmente in Italia ce ne sono circa una decina, soprattutto nel Centro-Nord, con alcune presenze anche nel Sud e nell’area di Roma.
La cabina di Capannoli è stata realizzata dal fotografo Marco Vanni, che ha scelto di mettere a disposizione questo spazio non per affrontare un proprio lutto, ma per offrire un aiuto a chi vive il dolore della perdita. L’inaugurazione si è svolta il 21 dicembre 2023, in occasione del solstizio d’inverno. «È il giorno più corto dell’anno – ha specificato l’autore – quello simbolicamente associato al buio più profondo, ma che in questo caso viene vissuto come il momento in cui comincia il recupero della luce rispetto alle tenebre».
Il volume affronta il fenomeno anche attraverso il contributo di esperti provenienti da ambiti diversi: dalla psicologia alla teologia, dalla riflessione biblica alla vita monastica. «Sono testimonianze – osserva Maccioni – che aiutano a comprendere le ragioni che spingono le persone a frequentare queste cabine. Si tratta di forme di elaborazione del lutto un po’ alternative rispetto a quelle tradizionali».
Tra gli intervistati c’è lo psicologo Domenico Bellantoni, che riconduce questa esperienza alla dimensione dei cosiddetti legami continuativi: il ricordo della persona cara resta nella memoria e viene progressivamente elaborato. «L’importante è che questo legame non diventi una forma di chiusura, che porti a rinunciare a vivere», sottolinea l’autore, richiamando anche il fenomeno di chi ricorre all’intelligenza artificiale per ricostruire l’immagine, la voce e la figura di una persona scomparsa.
Nel libro interviene anche la biblista Rosanna Virgili, che approfondisce la metafora del vento presente nelle pagine della Scrittura, mentre la teologa del Gaudio esprime alcune perplessità su questa modalità di elaborazione del lutto. Il monaco Ignazio De Francesco propone invece una riflessione sul dialogo tra questa iniziativa, legata anche alla cultura orientale, e la tradizione occidentale.
Non manca uno sguardo curioso sul significato del vento. «Ho pensato di intervistare il meteorologo Luca Mercalli – anticipa il giornalista – e di chiedergli se il vento sia lo strumento migliore per mettersi in dialogo e in contatto con chi non c’è più. La sua risposta è stata negativa. Ma non voglio fare spoiler: chi leggerà il libro scoprirà il perché».
Un altro elemento significativo è rappresentato dai quaderni lasciati nei pressi delle cabine, sui quali i visitatori affidano pensieri e testimonianze. «Le parole che ricorrono più spesso sono “mi manchi” e “grazie”», racconta l’autore. Ma da quelle pagine emerge anche un insegnamento che va oltre il ricordo di chi è scomparso. «Il telefono del vento – ha evidenziato Maccioni – è uno strumento che può insegnarci a trattare con più affetto e attenzione le persone che sono ancora vive. Quando pensiamo a un nostro caro che non c’è più, ci vengono in mente una frase che non abbiamo detto, un abbraccio che non abbiamo dato, magari un litigio che non siamo riusciti a chiarire».
È proprio da questi pensieri che può nascere una maggiore consapevolezza nei rapporti quotidiani: «Impariamo a voler più bene alle persone che ci sono ancora accanto, a non mancare un abbraccio, a cercare di evitare un litigio e a chiarirci reciprocamente».
Le cabine del vento diventano così luoghi in cui la memoria incontra il presente e il dolore può trasformarsi in un’occasione di riflessione. «Sono uno strumento che parla della morte, ma per lanciare un inno alla vita: una vita vissuta bene».
Qui l’intervista a Radio Kalaritana.
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