il ricordo

Monsignor Baturi ricorda don Gigi Melis: «Un sacerdote in benedizione del popolo» Le parole dell’Arcivescovo sulla vita e sul ministero del sacerdote scomparso, illuminate dalla pagina che don Gigi lasciò a Villasalto nel 2021 e dal ricordo dell’Arcivescovo emerito Giuseppe Mani

Ci sono vite sacerdotali che raccontano il mistero di una vocazione attraverso la semplicità del servizio quotidiano. Quella di don Luigi Melis, don Gigi per tutti, attraversata da decenni di ministero nelle piccole comunità della diocesi di Cagliari, è una di queste. A pochi giorni dalla sua morte, l’Arcivescovo Giuseppe Baturi ne ha affidato il ricordo soprattutto alle parole che lo stesso sacerdote aveva scritto cinque anni fa, quasi fossero una consegna spirituale.

Nella sua riflessione Baturi accosta due avvenimenti che, a pochi giorni di distanza, hanno segnato il presbiterio cagliaritano: l’ordinazione di don Enrico Muscas e don Leonardo Piras e i funerali di don Gigi, celebrati a Villasalto. Due momenti diversi, l’inizio e il compimento di un ministero, attraverso i quali leggere lo stesso mistero del sacerdozio.

Per raccontare don Gigi, l’Arcivescovo parte da una pagina manoscritta lasciata nel settembre 2021 nel libro delle cronache parrocchiali di Villasalto, al momento di congedarsi dalla comunità. Parole lette anche durante i funerali: «Sono stato vicino a tutti con la preghiera nei momenti di dolore e di festa. Ho cercato di dimostrare la mia vicinanza al popolo aprendo la chiesa già dalle ore notturne e svolgendo le pratiche di pietà in quelle ore di silenzio mentre i parrocchiani dormivano o erano in procinto di cominciare la giornata di lavoro che io benedicevo con la preghiera».

È l’immagine di un sacerdote che pregava mentre il paese ancora dormiva, anticipando nel silenzio il risveglio della sua gente. «Tutte le forze economiche in mio possesso e tutto quel po’ di salute e di spirito che ho avuto le ho messe a gloria di Dio, a servizio della Chiesa e del mio popolo», scriveva ancora don Gigi. E aggiungeva: «Credo di aver fatto il possibile e l’impossibile per la gloria di Dio e per far contento il popolo. Sarà il Signore a giudicare».

Nella stessa pagina trovava spazio la richiesta di perdono per le «manchevolezze, incomprensioni, incapacità» e per le eventuali offese ricevute o arrecate. Poi il congedo da Villasalto: «Non vado per riposare. Vado ancora per servire il Signore e le anime che mi ha affidato». E una promessa che oggi assume un significato ancora più forte: continuare «a voler bene a tutti e a pregare per tutti fino alla morte».

È proprio qui che Baturi individua il cuore della testimonianza di don Gigi. «Il mistero del sacerdozio è questo mistero, sia per chi inizia, sia per chi termina». Don Luigi, osserva l’Arcivescovo, si augurava di poter pregare per tutti fino alla morte, di essere sacerdote «fino all’ultimo respiro», «un sacerdote in benedizione del popolo».

Un amore per la gente che diventa tratto essenziale del ministero: donare il perdono, celebrare, stare accanto a chi è nella necessità, cercare, benedire. Per Baturi il sacerdozio vive di quella che Benedetto XVI definiva l’«audacia di Dio», che consegna sé stesso «nelle mani di uomini finiti». È dentro questa sproporzione che il sacerdote trova «la sua gioia, il suo amore prevalente, la ragione della sua vita», fino a destinare alla propria vocazione – come aveva fatto don Gigi – anche le forze economiche e «quel po’ di salute e di spirito» che gli sono dati. Non semplicemente un dovere, ma una grazia capace di produrre «una dilatazione del cuore» e di rendere padri delle persone affidate alla propria cura.

A dare ulteriore profondità al ritratto è il ricordo dell’Arcivescovo emerito Giuseppe Mani, che sceglie per don Gigi l’immagine del «curato di campagna» di Bernanos. «Don Gigi era un caro amico del vescovo a cui non sapeva mai dire di no o presentare difficoltà dinanzi a qualsiasi proposta che gli veniva fatta per servire le anime». Nella sua lunga vita sacerdotale, sottolinea Mani, le destinazioni furono sempre periferiche: mai una parrocchia della città o di un grande centro, ma piccole comunità e realtà nelle quali era chiamato anche a sostituire temporaneamente il parroco.

Una disponibilità che non aveva bisogno di essere mostrata. «Era davvero il prete “della periferia” senza darsi arie e tanto meno farlo notare. Sono sicuro che lui non se ne era neppure accorto, tanto gli era naturale essere così». E ancora: «Don Gigi era un prete completamente morto a sé stesso per essere “a servizio” degli altri. Completamente disinteressato, perché l’unico suo interesse erano le anime della sua parrocchia».

Nel ricordo di Mani emerge anche il tratto sorridente e profondamente umano del sacerdote. Don Gigi amava raccontare episodi divertenti del proprio ministero, ridendo per primo di sé stesso. Come quella volta in cui, sostituendosi alle pompe funebri e trasportando una salma con il suo camioncino, lungo una strada in salita non chiuse bene lo sportello posteriore e perse il morto, che poi faticò a rimettere sul mezzo. Episodi che raccontava ai confratelli tenendo allegra la compagnia. E c’era la sua grande devozione a santa Barbara, alla cui intercessione attribuiva grazie che, nel suo racconto appassionato, finivano quasi per assumere i contorni del miracolo.

Dietro il sorriso, però, Mani riconosce il tratto più profondo di don Gigi: «Quello che colpiva era la sua fede semplice, proprio di un bambino, che ti interpellava e ti faceva venire la voglia di confessarti da lui». Un sacerdote che l’Arcivescovo emerito definisce «all’antica, tutto prete e soltanto prete, proprio sacerdote per sempre».

È qui che i ricordi di Baturi e Mani si incontrano. Il primo guarda alla pagina lasciata da don Gigi e vi riconosce il mistero di una vita diventata benedizione; il secondo restituisce l’uomo concreto, il parroco delle piccole comunità, la disponibilità senza riserve, la fede semplice, l’umiltà e il sorriso. Due prospettive che convergono nell’immagine di un sacerdote che ha identificato la propria vita con il servizio.

Mani affida la conclusione del suo ricordo alle parole evangeliche che, ne è certo, i sacerdoti della diocesi avranno pensato alla notizia della «Pasqua» di don Gigi e che lo avrebbero accolto arrivando «lassù»: «Vieni servo buono e fedele, entra nel gaudio del tuo Signore».

Parole che fanno eco alla conclusione della riflessione di Baturi. Richiamando l’inno alla carità di san Paolo, l’Arcivescovo ricorda che alla fine «l’unica cosa che resta è la carità». Da qui la preghiera perché i sacerdoti possano viverla «in ogni istante, in ogni momento, per la Chiesa, per il popolo, per ciascuno, per la gloria di Dio», fino al giorno in cui potranno contemplarlo «faccia a faccia».


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