Kalaritana Avvenire

Quella rete a sostegno dei minori che migrano Fondazione Migrantes opera accanto a quanti cercano riparo e una vita migliore nel territorio

Roma, 12 maggio 2026: arrivo all’aeropporto di Fiumicino di studenti da Gaza con Corridoio Universitario alla presenza di Antonio Tajani e Bernini – (Foto Calvarese/SIR)

Ogni anno – così come ogni mattina – quando le scuole italiane si risvegliano, accade qualcosa che non finisce nei report statistici. È un gesto semplice: un bambino, una bambina che entrano in classe. Uno solo. E basta lui, o lei, per capire se un Paese sta crescendo o si sta chiudendo. Le cifre parlano di quasi un milione di alunni e alunne con cittadinanza non italiana, ma la cifra vera è sempre l’unità: quella del ragazzo o ragazza che si siede, il suo nome pronunciato bene o male, il suo sguardo che cerca un posto nel mondo.

In molte aule, quel posto è stato conquistato con un viaggio che nessuno dovrebbe affrontare. Ci sono ragazzi che arrivano da soli, senza un adulto accanto, con un passato che non si racconta. Confini, attese, paure. E quando finalmente entrano in classe, portano una fame di futuro che sorprende chi li osserva davvero. Non chiedono pietà: chiedono di imparare. Di essere guardati come studenti, non come «casi». La loro presenza è una domanda silenziosa rivolta alla scuola: siete pronti a leggere la mia storia? Altri ragazzi arrivano dopo anni di separazione, quando un ricongiungimento familiare va a buon fine. Per loro l’Italia è un luogo atteso e sconosciuto allo stesso tempo. Entrano in classe con una lingua che non è ancora la loro, con un ritmo scolastico che devono imparare, con un genitore che è diventato quasi un estraneo. Eppure, quando riescono a restare, a studiare, a diplomarsi, mostrano una tenacia che i dati confermano: chi supera la salita iniziale arriva più lontano.

Portano con sé alfabeti diversi, competenze linguistiche e digitali spesso superiori ai coetanei autoctoni, un modo di guardare il mondo che arricchisce chi gli sta accanto. Poi ci sono quelli nati in Italia. Bambini e ragazze che conoscono l’accento della città, le canzoni dell’estate, le battute dei compagni. Eppure vivono in una zona grigia: italiani nella vita quotidiana, stranieri nei documenti. Crescono tra due o più mondi, imparando presto a tradurre, a mediare, a capire contesti diversi. Non è un peso: è una forma di intelligenza che il Paese non ha ancora imparato a riconoscere davvero. Tantomeno a valorizzare. Sono già cittadini di un’Italia che esiste da tempo, anche se non sempre lo ammettiamo. Accanto a loro, spesso fuori dai riflettori, ci sono le comunità che tengono insieme ciò che rischia di sfilacciarsi. Oratori, doposcuola, centri di ascolto, corsi di italiano: luoghi dove l’accoglienza non è una bella parola, ma un gesto quotidiano. Dove si impara che accogliere significa lasciarsi cambiare, non solo aprire una porta. In questi luoghi, la scuola non è mai sola: è sostenuta da una rete che non appare nei bilanci, ma che regge la vita di molti ragazzi. E poi ci sono le storie, quelle che non si possono ridurre a una categoria. Mina che, dopo tre mesi di italiano, trova il coraggio di alzare la mano. Yeva che porta in classe la poesia che un’amica ha scritto sotto le bombe. Mamadou che scopre, preparando una tesina, che la sua storia è abbastanza grande da riempire un’aula intera. «Anche uno solo di questi bambini» – tema scelto da Leone XIV per la 112esima Giornata – testimonia che inclusione e partecipazione non sono soltanto progetti, ma incontri che cambiano. Ragazzi e ragazze rivelano alla scuola il futuro che essa – e l’Italia – possono costruire insieme, senza retorica.

Simone Varisco, Fondazione migrantes (Articolo apparso su Kalaritana Avvenire del 20 settembre)


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