I dati

Sardegna, cresce l’occupazione ma cala il valore delle retribuzioni: -15,2% in quindici anni Il nuovo Rapporto della CISL fotografa un mercato del lavoro in ripresa: salari più bassi, discontinuità occupazionale e fuga dei giovani laureati

In Sardegna il lavoro cresce, ma non abbastanza il suo valore. È questa la principale fotografia che emerge dal nuovo Rapporto «Sardegna, il valore del lavoro. Salari, occupazione, produttività, contrattazione e sviluppo», realizzato dal Centro Studi «Giannetto Lay» della CISL Sardegna e in programma per la presentazione ufficiale il 9 settembre a Cagliari.

I numeri raccontano innanzitutto una ripresa dell’occupazione. Tra il 2023 e il 2025 gli occupati nell’Isola sono passati da circa 577 mila a 598 mila, con oltre 21 mila persone in più in due anni. Nel 2025 il tasso di occupazione tra i 15 e i 64 anni ha raggiunto il 58,2%, in crescita rispetto al 57,7% dell’anno precedente. Un dato superiore alla media del Mezzogiorno, ma ancora distante da quella nazionale.

Dietro questo recupero, però, rimane una domanda cruciale: quanto vale oggi il lavoro in Sardegna?

Salari reali in forte calo

La risposta arriva da un altro dato, decisamente meno incoraggiante. Tra il 2008 e il 2023 le retribuzioni reali medie dei dipendenti privati sardi sono diminuite del 15,2%, a fronte di una riduzione del 6,2% a livello nazionale.

Non è soltanto una questione di salario. Il Rapporto evidenzia infatti anche il problema della continuità lavorativa. Nel 2023 le giornate retribuite dai dipendenti sardi rappresentavano mediamente il 72,9% di quelle teoricamente lavorabili, contro il 78,9% della media italiana. Una differenza che può ampliare ulteriormente il divario nei redditi annuali.

«Non basta più contare gli occupati — sottolinea Pier Luigi Ledda, segretario generale della CISL Sardegna e presidente del Centro Studi “Giannetto Lay” —. Dobbiamo misurare la qualità del lavoro: stabilità, continuità, salario, professionalità, formazione, sicurezza e possibilità di crescita».

Il nodo dei giovani e delle competenze

A preoccupare è anche la capacità dell’Isola di trattenere il proprio capitale umano. Tra il 2019 e il 2025 la Sardegna ha registrato un saldo migratorio negativo di circa 6.900 giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni.

Eppure il titolo di studio continua a fare una grande differenza sul mercato del lavoro. Nel 2025 il tasso di occupazione delle persone con laurea o titolo post-laurea ha raggiunto l’83,7%, contro il 47,7% di chi possiede al massimo la licenza media.

La contraddizione è evidente: l’economia sarda ha sempre più bisogno di competenze, ma una parte dei giovani che quelle competenze le possiede sceglie di costruire il proprio futuro fuori dall’Isola.

«Meno giovani, meno nascite e una parte crescente dei lavoratori vicina all’età pensionabile — avverte Ledda — significano che nei prossimi anni avremo bisogno di programmare molto meglio le competenze».

Stabilità, ma anche qualità

Il Rapporto segnala inoltre una composizione del mercato del lavoro tutt’altro che uniforme. Nel 2025 il tempo indeterminato ha contribuito in modo significativo alle nuove posizioni lavorative, mentre nei primi mesi del 2026 la crescita è stata trainata soprattutto dai contratti a termine.

Per la CISL, dunque, la sfida non consiste semplicemente nell’aumentare il numero degli occupati, ma nel trasformare la crescita quantitativa in buona occupazione.

«Un contratto può essere stabile e continuare a produrre un reddito insufficiente — osserva Ledda —; allo stesso modo, un contratto a termine può essere una porta d’ingresso positiva se conduce a un percorso professionale vero».

La proposta: un Patto regionale

Da questa analisi nasce la proposta di aprire un confronto per un Patto regionale per produttività, salari e qualità del lavoro.

L’obiettivo è mettere in relazione investimenti e innovazione, crescita delle imprese, formazione, politiche attive, contrattazione di secondo livello, destagionalizzazione e maggiore partecipazione dei lavoratori. Centrale anche la necessità di rafforzare i servizi e di costruire una programmazione dei fabbisogni professionali più aderente alle diverse realtà territoriali.

«Il salario non cresce per decreto regionale e la Regione non deve sostituirsi alla contrattazione — precisa Ledda —. Ma può contribuire a creare le condizioni perché aumentino produttività, competenze, investimenti e qualità dell’occupazione».

La proposta della CISL punta anche alla creazione di un sistema regionale di monitoraggio capace di misurare nel tempo non soltanto quante persone lavorano, ma anche quanto valore il lavoro produce e quanto di quel valore torna ai lavoratori.

Retribuzioni, giornate lavorate, stabilità, contrattazione, formazione, mobilità dei giovani e differenze territoriali diventerebbero così indicatori per valutare la qualità dello sviluppo.

«La Sardegna — conclude Ledda — ha dimostrato di poter creare lavoro. Ora deve fare il passo successivo: trasformare la crescita dell’occupazione in buona occupazione, salari più forti, competenze e possibilità di costruire qui il proprio futuro».

È questa, secondo la CISL, la vera sfida per il mercato del lavoro sardo dei prossimi anni: non soltanto più occupati, ma un lavoro che abbia più valore.


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