È stata approvata da pochi giorni in Veneto la legge regionale sul fine vita, la quarta; una delle precedenti, lo ricordiamo, è stata approvata qui in Sardegna. Il dibattito è stato davvero molto interessante e deve richiamarci a una presa di consapevolezza.
Il tema fondamentale è quello del valore della vita nell’ambito pubblico. La politica e la legge, infatti, non si limitano a disciplinare l’esistente, ma guardano anche al futuro e contribuiscono a formare la mentalità futura. È stato detto che «la legge di oggi sarà la mentalità di domani».
Non si tratta soltanto di disciplinare i singoli casi. La Corte Costituzionale aveva previsto casi limitati di non punibilità per chi assiste al suicidio, ma non aveva affermato l’esistenza di un diritto. Il termine della legge, invece, afferma il diritto, fondato sull’autodeterminazione, a togliersi la vita a determinate condizioni. Possiamo e dobbiamo approfondire i singoli elementi, ma il dato fondamentale, a mio parere, è che la vita è uno di quegli elementi indisponibili che fondano la nostra società.
Dire che la vita è a disposizione del singolo all’interno di una comunità mette a rischio i fondamenti stessi della nostra esistenza. Occorre invece affermare la necessità di tutelare la vita e di rendere dignitoso ogni suo momento, anche quello finale, attraverso la solidarietà, la terapia del dolore, le cure palliative, le strutture comunitarie, la valorizzazione del Terzo settore e l’aiuto alle famiglie, che spesso si trovano in difficoltà.
Lo spazio della politica, di fronte al momento finale dell’esistenza segnato dal dolore, è fare in modo che quel dolore non sia insopportabile. È necessario che vi siano le misure mediche, affettive e di amore capaci di consentire a ogni uomo di vivere anche quel momento come un tempo ricco di significato.
Al di là dei singoli casi e delle situazioni estreme, il dato fondamentale è dunque la previsione, attraverso la legge, della possibilità di darsi la morte e di essere assistiti nel farlo. Una simile misura avrebbe inevitabilmente anche la natura di un messaggio rivolto a chi si trova in difficoltà, a chi pensa che la propria esistenza sia diventata un peso per sé e per gli altri: tra le possibilità vi sarebbe anche la morte. Ma questo non può avvenire senza alterare l’equilibrio dei valori di una società e il senso stesso dell’esistenza.
Si invocano la libertà e l’autodeterminazione. Ma sulla base di cosa? L’autodeterminazione è un valore importante, ma deve avere come fondamento la tutela di ciò che non è a nostra disposizione, come il dono della vita, e la consapevolezza che la vita è sempre in relazione.
Al di là dei singoli casi, dei drammi e delle singole persone, ciò che mi interessa rilevare è dunque una tendenza: quella di affermare, attraverso la via regionale, una cultura che ammetta la possibilità assistita della morte, piuttosto che promuovere un impegno solidale, fattivo e corale a favore delle vite di coloro che sono più fragili, di quanti vivono l’esperienza del dolore e hanno bisogno di essere accompagnati e sostenuti.
di Giuseppe Baturi
+Arcivescovo

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