Diànoia

Baturi: «La pace nasce dalla preghiera» Nella rubrica Dianoia, l’Arcivescovo riflette sul significato dell’invocazione di pace nella liturgia eucaristica: dono del Cristo risorto che riconcilia gli uomini e li invia nel mondo come operatori di comunione, in un tempo segnato da guerre e conflitti

L’impegno alla preghiera, proprio del tempo di Quaresima, non consiste soltanto nel dire più preghiere, ma nel prendere maggiore coscienza del valore e del mistero delle parole che la Chiesa ci fa pronunciare. L’autenticità della preghiera dipende anche dall’autenticità con cui diciamo quelle parole, dal modo in cui le comprendiamo e le connettiamo alla vita.

Nella liturgia della Santa Messa emerge con particolare forza l’invocazione alla pace. Questo augurio e questa supplica assumono oggi un valore straordinario, mentre l’Europa e il mondo sono segnati da tanti conflitti: pensiamo alla guerra in Ucraina, alle tensioni in Medio Oriente e alle sofferenze in molte regioni dell’Africa.

Anzitutto, all’inizio della celebrazione il vescovo o il sacerdote saluta i fedeli dicendo: «Pace a voi». È il saluto del Signore risorto, che nel giorno di Pasqua e otto giorni dopo appare ai discepoli portando la pace. È la pace conquistata sulla croce, dove è stato abbattuto il muro dell’inimicizia e i popoli sono stati riconciliati. È una pace che solo Cristo può donare, non come la dà il mondo, ma come dono della sua presenza.

San Giovanni Crisostomo ricordava che la pace è «la madre di tutti i beni», fondamento stesso della gioia. Senza la pace, cioè senza la pienezza del destino dell’uomo, non può esserci vera gioia.

Questa invocazione ritorna nei riti di comunione, quando chiediamo all’Agnello di Dio: «Dona a noi la pace». Dopo il Padre nostro, la richiesta del perdono dei debiti prepara alla comunione e chiede la rimozione di ogni rancore e la riconciliazione con Dio e con i fratelli.

Quando il sacerdote proclama: «La pace del Signore sia sempre con voi», è Cristo stesso che parla al suo popolo. Gregorio di Nazianzo esclamava: «O pace amata, dolce realtà e dolce nome». Scambiandoci la pace prima della comunione siamo invitati a distruggere ogni inimicizia, perché solo gli operatori di pace sono chiamati figli di Dio.

Infine, il congedo «Andate in pace» ci invia nel mondo come operatori di comunione, di carità e di riconciliazione. Come ricordava sant’Agostino, Cristo ci ha lasciato la sua pace perché possiamo esserne segno credibile nel mondo. Il nome della pace ha la stessa dolcezza del nome di Cristo.


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