I dati

Sardegna, crollo demografico e fuga dei giovani: «Non è solo una crisi, è una questione di sviluppo» La cause: salari bassi, precarietà diffusa, scarsa presenza di lavoro stabile e qualificato e un sistema produttivo debole

Culle vuote (Foto Siciliani/Gennari-Sir)

La Sardegna si svuota e invecchia, mentre cresce la preoccupazione per il futuro economico e sociale dell’Isola. Non si tratta più soltanto di un calo della popolazione, ma di una vera e propria crisi di prospettiva, destinata a incidere profondamente sul sistema produttivo e sulla tenuta del welfare.

A certificarlo sono i dati diffusi da ISTAT il 30 aprile, nell’ambito del Censimento permanente della popolazione 2024. Al 31 dicembre scorso i residenti in Sardegna erano 1.562.381, in calo di 8.072 unità rispetto all’anno precedente (-0,5%). Un dato uniforme su tutto il territorio: nessuna provincia registra segnali di crescita.

Ancora più allarmante è il crollo della natalità. Nel 2024 si sono registrate appena 7.052 nascite, il minimo storico per l’Isola, con un ulteriore calo rispetto al 2023.

A fronte di 18.519 decessi, il saldo naturale è negativo per 11.467 unità. Il tasso di natalità si ferma al 4,5 per mille, mentre l’età media sale a 49,2 anni. L’indice di vecchiaia raggiunge quota 282,5 anziani ogni 100 giovani sotto i 15 anni, fotografando uno squilibrio sempre più marcato.

A pesare è anche la continua emigrazione giovanile. Sempre più ragazzi lasciano la Sardegna per studio o lavoro, spesso senza fare ritorno. E non si tratta solo di manodopera generica: tra il 30% e il 35% dei giovani che partono è laureato, mentre fino al 50% possiede un diploma. In totale, oltre il 70% degli emigrati ha almeno una formazione secondaria superiore.

«Non è solo una questione demografica. È una questione di sviluppo», avverte Pier Luigi Ledda, segretario generale della CISL Sardegna. «Perché a partire non sono solo persone, ma competenze, lavoro qualificato e capitale umano».

Secondo il sindacato, alla base della crisi ci sono fattori strutturali: salari più bassi rispetto alla media nazionale, precarietà diffusa, scarsa presenza di lavoro stabile e qualificato e un sistema produttivo debole. L’industria, in particolare, pesa appena per l’8% del valore aggiunto regionale, contro circa il 20% a livello nazionale.

Le conseguenze sono profonde. «Una regione che perde popolazione perde forza lavoro, domanda interna, presidio dei territori e capacità produttiva», prosegue Ledda. «Senza persone non c’è sviluppo. La priorità è trattenere e attrarre giovani e competenze».

La situazione è ancora più critica nei piccoli comuni, soprattutto quelli sotto i mille abitanti, dove l’età media supera i 52 anni e l’indice di vecchiaia si avvicina a 400. Qui il rischio concreto è quello della desertificazione sociale.

Per invertire la rotta, la CISL chiede un cambio di approccio: la demografia deve diventare una priorità trasversale delle politiche pubbliche. «La natalità non si sostiene con misure isolate», sottolinea Ledda, «ma creando le condizioni perché una giovane coppia possa restare: lavoro dignitoso, casa, servizi, sanità e trasporti efficienti».

La proposta è quella di inserire il tema dentro una strategia regionale più ampia, a partire da un Patto per lo sviluppo, il lavoro e la formazione, con l’obiettivo di costruire un vero Piano di rinascita per la Sardegna.

La scelta, conclude il sindacato, è ormai inevitabile: «La Sardegna deve decidere se limitarsi a registrare il declino o governare una nuova fase di sviluppo. Senza lavoro stabile e un sistema produttivo più forte, non ci saranno persone. E senza persone, non ci sarà futuro».


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