La polemica

No a scelte calate dall’alto: sul trasferimento dei detenuti in regime di 41 bis serve un confronto Parlano il sindaco di Uta, Paolo Angioni, e il presidente del Consiglio regionale, Piero Comandini

Polemica accesa dopo il trasferimento, avvenuto nel fine settimana e senza un preavviso alle istituzioni territoriali, di quasi 90 detenuti sottoposti al regime di 41 bis nel carcere di Uta. Un’operazione definita dalla politica regionale come un vero e proprio «blitz», che ha riacceso il confronto sul ruolo della Sardegna nella gestione dei detenuti sottoposti al regime di massimo rigore e, soprattutto, sulle ricadute che questa situazione comporta per il territorio.

A prendere posizione è anche il sindaco di Uta, Paolo Angioni, che pur riconoscendo la necessità di mantenere il massimo riserbo durante operazioni di questo tipo, contesta l’assenza di qualsiasi confronto con il territorio, anche successivamente al trasferimento.

«È chiaro – ha detto ai microfoni di Radio Kalaritana – che un’operazione del genere deve essere fatta nel segreto più assoluto. Nessuno pretende che il Comune venga informato in anticipo, perché parliamo di operazioni ad altissima segretezza. Il problema è che il comune di Uta, dove ha sede il carcere, e la Regione Sardegna devono subire ancora una volta qualsiasi tipo di operazione senza avere alcuna informazione, né prima né dopo».

Per il sindaco, il punto centrale riguarda soprattutto le conseguenze che l’incremento della presenza di detenuti sottoposti al 41 bis può produrre sul territorio. «Nel momento in cui avviene una cosa del genere – sottolinea – perlomeno cerchiamo di affrontare con il territorio quelle che potrebbero essere le conseguenze. Noi non sappiamo nulla, nella maniera più assoluta».

Angioni richiama anche il tema dei costi e degli oneri che ricadono sulle amministrazioni locali. Il carcere di Uta ospita complessivamente circa 800 detenuti e, secondo il sindaco, la gestione della struttura comporta per il Comune una serie di attività e spese aggiuntive.

«Il ristoro economico – afferma – è una questione fondamentale. La popolazione carceraria è formata da circa 800 detenuti. È vero che il carcere paga la Tari, ma non effettua la raccolta differenziata: tutto ciò che esce dalla struttura è praticamente secco. Quindi, se pagano 100, noi dobbiamo spendere 300 per smaltire la spazzatura”.

A questo si aggiungono gli interventi legati ai servizi comunali e alle pratiche amministrative. «L’ufficio Anagrafe – ha evidenziato il primo cittadino – si occupa dei matrimoni che vengono celebrati all’interno del carcere, delle morti e di tutta una serie di pratiche. È un aggravio di lavoro per l’amministrazione. Noi abbiamo una perdita e su questo chiederemo un ristoro».

Il sindaco, in carica da pochi mesi, assicura di avere già avviato le interlocuzioni istituzionali. «Ho già inviato una nota all’assessore competente per la Tari e alla Prefettura. Adesso la girerò anche al Ministero, perché su questo tutti i Comuni come Uta devono avere un ristoro. Non possiamo essere completamente abbandonati». La richiesta non riguarda soltanto gli aspetti economici. Il Comune chiede anche maggiori garanzie sul piano della sicurezza e del rafforzamento degli organici. «Capisco che il Ministero non abbia bisogno della mia autorizzazione o di quella della Regione per venire in Sardegna – precisa Angioni – ma deve anche rendersi conto che noi dobbiamo essere aiutati. Con il 41 bis, per esempio, devono darci garanzie che, in caso di problemi, la caserma di Uta venga potenziata a livello di personale. Se esiste un problema legato alle famiglie dei criminali, dobbiamo affrontarlo. Non possiamo essere completamente abbandonati».

Da qui la richiesta di un tavolo di confronto tra istituzioni: «Nessuno di noi chiede che un’operazione di questo livello venga comunicata in anticipo al Comune o al sindaco di Uta. Una volta che queste operazioni e questi spostamenti sono avvenuti, vogliamo però sederci attorno a un tavolo e capire dove possiamo trovare un punto d’incontro. Così non si può andare avanti».

Sulla vicenda interviene anche il presidente del Consiglio regionale della Sardegna, Piero Comandini, che richiama l’ordine del giorno approvato dall’Assemblea regionale e sottolinea come, a suo giudizio, sia venuto meno quel principio di leale collaborazione istituzionale tra Stato e territorio. «La cosa che ci ha molto infastidito, dal punto di vista istituzionale – afferma Comandini – è che la politica sarda vuole e continua a volere un rapporto di reale collaborazione istituzionale con il Governo». Il presidente del Consiglio regionale ricorda che l’ordine del giorno approvato dall’Aula chiedeva di fermarsi e di affrontare la questione della Sardegna come area destinata ad accogliere detenuti sottoposti al regime del 41 bis. «Invece, come abbiamo visto, in sordina e senza che nessuna istituzione fosse avvisata, né quelle politiche regionali né, da alcune dichiarazioni emerse in queste ore, lo stesso Tribunale, è stato effettuato il trasferimento». Per Comandini, dunque, «si tratta di un blitz che non ha nulla a che fare con la leale collaborazione istituzionale che deve esserci tra lo Stato e le amministrazioni periferiche». Il presidente del Consiglio regionale ribadisce inoltre che la richiesta della Sardegna non era semplicemente quella di essere informata, ma di ottenere precise garanzie e strumenti adeguati per gestire la situazione. «Chiedevamo garanzie dal punto di vista della sanità penitenziaria e degli organici della Polizia penitenziaria, oltre a strumenti adeguati anche per il Tribunale di sorveglianza, con un numero sufficiente di magistrati. C’era tutta una serie di questioni che solo attraverso un tavolo di confronto avrebbero potuto essere affrontate una per una».

Il trasferimento dei detenuti riapre quindi una questione più ampia: da una parte le esigenze di sicurezza dello Stato e la necessità di mantenere la massima riservatezza nelle operazioni di trasferimento; dall’altra le richieste delle istituzioni sarde, che chiedono di poter affrontare le ricadute economiche, amministrative e di sicurezza che derivano dalla presenza delle strutture penitenziarie e, in particolare, del regime di 41 bis.

La protesta istituzionale, intanto, è destinata a proseguire. «Non possiamo rimanere insensibili – conclude Comandini –. La nostra protesta è forte, molto forte».


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