
Dall’assistenza ai detenuti più fragili ai percorsi di reinserimento sociale, fino al sostegno delle relazioni familiari. Sono molteplici le iniziative promosse dalla Chiesa di Cagliari nel mondo penitenziario grazie anche ai fondi dell’8xmille alla Chiesa cattolica. Un impegno che mette al centro la persona e la sua dignità, nella convinzione che nessuno possa essere identificato soltanto con il proprio errore.
«Anche nelle difficoltà la dignità umana e la speranza non vanno mai perdute». È a partire da queste parole di Papa Leone che don Gabriele Iiriti, cappellano della Casa circondariale di Uta e responsabile della pastorale penitenziaria diocesana, racconta il senso del lavoro che quotidianamente viene svolto all’interno e all’esterno degli istituti di pena del territorio.
Un impegno reso possibile anche grazie ai fondi dell’8xmille, che consentono di sostenere attività e progetti rivolti a persone che spesso si trovano a vivere condizioni di forte fragilità sociale ed economica.
«Il carcere è una realtà complessa e spesso drammatica – spiega don Iiriti –. Molte persone vi entrano all’improvviso, senza avere neppure il tempo di preparare una borsa con gli effetti personali. Non di rado arrivano prive del necessario, senza il sostegno di una rete familiare e in condizioni di estrema vulnerabilità».
Per rispondere a queste necessità, la Caritas diocesana e i volontari impegnati nella pastorale penitenziaria gestiscono un servizio di distribuzione di beni essenziali per affrontare la quotidianità della detenzione. Un sostegno particolarmente importante per le persone indigenti e per molti detenuti stranieri che non possono contare sull’aiuto dei familiari.
Accanto al sostegno materiale, un capitolo fondamentale riguarda il reinserimento sociale. La pastorale penitenziaria, in collaborazione con la Caritas e le comunità ecclesiali, promuove percorsi che consentono ai detenuti di accedere a misure alternative alla detenzione e di sperimentare gradualmente il ritorno alla vita sociale.
«Le misure alternative rappresentano una grande opportunità – sottolinea don Iiriti –. Permettono alle persone di mettersi alla prova in contesti positivi, di offrire il proprio contributo nelle parrocchie, negli oratori o nelle opere caritative e, allo stesso tempo, consentono alle comunità di conoscere storie e volti che spesso restano nascosti dietro lo stigma della detenzione».
Si tratta di un’esperienza che genera benefici reciproci: da una parte il detenuto trova occasioni concrete di responsabilizzazione, dall’altra la comunità è chiamata a esercitare accoglienza e fiducia, contribuendo a costruire percorsi di inclusione.
Tra le realtà che operano in questa direzione c’è la Casa di accoglienza “Leila Orrù e Martini”, promossa dalla Caritas diocesana. La struttura ospita detenuti in permesso premio, offrendo loro un luogo dove poter trascorrere alcuni giorni insieme ai propri familiari.
«La nostra missione è restituire speranza alle relazioni», racconta il responsabile Adrian Mattei. «Molte persone detenute hanno famiglie che vivono lontano o che non dispongono delle risorse necessarie per accoglierle durante i permessi. La casa diventa allora uno spazio di incontro e di ricostruzione dei legami affettivi».
Sono esperienze che lasciano il segno. Genitori che possono riabbracciare i figli senza la rigidità e i limiti imposti dai colloqui in carcere, coppie che ritrovano momenti di quotidianità condivisa, famiglie che hanno l’opportunità di ricominciare a dialogare.
Nella casa operano anche numerosi volontari che accompagnano gli ospiti nella vita quotidiana, contribuendo a creare un clima familiare e di fiducia. Alla base del loro servizio vi è una scelta precisa: ascoltare senza giudicare.
«Quando incontriamo una persona detenuta – osserva Mattei – siamo spesso portati a fermarci all’errore che ha commesso. Noi cerchiamo invece di guardare la persona nella sua interezza, ascoltando la sua storia e il suo desiderio di ricostruire il futuro».
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