
La Sardegna è tra le aree del Mediterraneo italiano più colpite dal riscaldamento del mare. A certificarlo è il sesto rapporto «Mare Caldo» di Greenpeace Italia, che evidenzia come proprio nelle acque dell’Isola siano state registrate nel 2025 le anomalie termiche più elevate dell’intera rete di monitoraggio nazionale.
Il dato più significativo arriva dall’Area Marina Protetta dell’Asinara, dove tra la fine di maggio e luglio è stata rilevata un’anomalia della temperatura superficiale del mare di +3,5 gradi rispetto alla media climatologica, durante un’ondata di calore marina durata ben 41 giorni. Si tratta del valore più alto registrato dal progetto.
Subito dopo si collocano altre due aree marine protette sarde: Capo Carbonara e Tavolara, entrambe con un’anomalia di +3,46 gradi, confermando come la Sardegna rappresenti uno degli epicentri degli effetti della crisi climatica nel Mediterraneo.
Secondo Greenpeace, il caldo non interessa più soltanto gli strati superficiali del mare. Durante l’estate il calore accumulato è stato trasportato verso il fondo dal rimescolamento delle acque provocato dal vento, facendo registrare temperature fino a 25 gradi anche tra i 30 e i 40 metri di profondità. Un fenomeno che sottopone a forte stress gli organismi che vivono sui fondali rocciosi, molti dei quali non sono adattati a condizioni così estreme.
Le conseguenze sono già visibili. I monitoraggi biologici effettuati nel 2025 all’interno dell’Area Marina Protetta dell’Asinara hanno documentato episodi di necrosi e sbiancamento che interessano specie simbolo del Mediterraneo come la gorgonia gialla (Eunicella cavolini) e il corallo Cladocora caespitosa. Parallelamente continua l’espansione di organismi favoriti dalle acque più calde, tra cui l’alga invasiva Caulerpa cylindracea, mentre le analisi attraverso il DNA ambientale hanno individuato anche numerose specie aliene non facilmente osservabili con i monitoraggi tradizionali.
Il rapporto si inserisce in un contesto climatico globale sempre più critico. Secondo i dati del programma europeo Copernicus, il 2025 è stato il terzo anno più caldo mai registrato, con una temperatura media globale di 14,97 gradi, pari a 1,48 gradi sopra i livelli preindustriali. Nel Mediterraneo alcune aree hanno sperimentato oltre 200 giorni di ondate di calore marine, con anomalie superficiali comprese tra +1,5 e +2,5 gradi.
«Il Mediterraneo – afferma Valentina Di Miccoli, campaigner Mare di Greenpeace Italia – sta cambiando rapidamente e gli effetti del riscaldamento non riguardano più soltanto la superficie del mare. Oggi osserviamo anomalie termiche che raggiungono gli habitat più profondi e incidono direttamente sulla salute degli ecosistemi marini, anche nelle aree marine protette. Il prezioso lavoro di tutela e conservazione in queste aree da solo non basta a preservare la biodiversità marina, serve anche una drastica riduzione delle emissioni di gas serra».
Lo studio sottolinea come le aree marine protette continuino a rappresentare uno strumento fondamentale per aumentare la resilienza degli ecosistemi, ma evidenzia anche che nemmeno i tratti di mare meglio conservati sono ormai immuni agli effetti della crisi climatica.
Il rapporto «Mare Caldo», giunto alla sua sesta edizione, nasce dal monitoraggio avviato nel 2019 con il contributo di università ed enti di ricerca italiani. L’edizione 2026 è dedicata alla memoria di Monica Montefalcone, docente di Ecologia del Dipartimento di Scienze della Terra, dell’Ambiente e della Vita dell’Università di Genova, scomparsa lo scorso maggio insieme alla figlia Giorgia e ad altri tre sub italiani durante un’immersione alle Maldive.
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