
L’interno del penitenziario di Uta
L’arrivo nel carcere di Uta di circa un centinaio di detenuti sottoposti al regime di 41 bis, nell’ambito dell’operazione «Iride», riaccende il confronto sulle conseguenze per la Sardegna. Nel penitenziario del Cagliaritano sono stati trasferiti esponenti di spicco della criminalità organizzata legati a gruppi radicati in Lazio, Campania, Puglia e Sicilia. Di fronte a questo scenario, la Cgil lancia un appello all’unità delle forze politiche, chiedendo di accantonare le polemiche sulle responsabilità che hanno portato alla scelta.
La segretaria regionale Simona Fanzecco richiama, sulla stampa regionale, la necessità di fare fronte comune: «Quando ci sono da difendere gli interessi della collettività della Sardegna contro scelte inique e nocive imposte dal governo nazionale come quella di trasferire un numero spropositato di detenuti al 41 bis, ci si aspetta -sottolinea il sindacato- che le forze politiche facciano quadrato nel tentativo di far valere le prerogative della Regione».
Una posizione condivisa, ricorda Fanzecco, con Cisl e Uil, che hanno definito il provvedimento «profondamente scorretto, sproporzionato e lesivo del territorio e dei diritti collettivi dei cittadini sardi».
Tra le principali criticità vengono indicate le ricadute sul sistema sanitario regionale, già chiamato a fronteggiare carichi importanti, il sovraffollamento delle strutture penitenziarie e la carenza di personale. A queste si aggiunge la questione della criminalità, sulla quale, secondo la Cgil, sarebbe necessario un confronto ampio anche alla luce delle considerazioni espresse recentemente dalla magistratura.
Sul possibile rischio di infiltrazioni nel territorio interviene anche il giornalista Attilio Bolzoni, che da decenni segue le vicende della criminalità organizzata. Il suo giudizio, sulla stampa regionale, è netto: «Per la Sardegna è un carico eccessivo. L’Isola ancora una volta viene penalizzata. I detenuti al 41 bis trasferiti nel carcere di Uta rappresentano un problema». Secondo Bolzoni, la scelta della struttura, vicina a centri abitati e aree industriali, sarebbe difficilmente comprensibile e avrebbe richiesto un confronto con Regione, Comuni e magistratura.
Il giornalista mette soprattutto in guardia dal rischio che attorno agli istituti penitenziari possano consolidarsi interessi criminali: «i rischi di infiltrazione sono inevitabili in questi casi perché chi ha il 41 bis o deve scontare una pena di lunga durata al di fuori delle carceri produce delle “colonie” che mettono radici nei centri a ridosso dei penitenziari». Per Bolzoni sarebbe stato più razionale distribuire i detenuti in diverse strutture sul territorio nazionale.
La risposta, ora, dovrà passare dal rafforzamento dei controlli. Flussi finanziari, investimenti e attività economiche sospette dovranno essere monitorati con particolare attenzione. «Occorre vigilare – conclude Bolzoni – ma il potenziamento dell’apparato investigativo impone lo stanziamento di cospicue risorse».
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